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Tag giornalismo

Quando il giornalismo si fa community

di Simona Petaccia (30/09/2009 - 22:59)

Affariitaliani.it, testo di Fausto Lupetti del 30/09/2009 - Killer business model, cosi lo chiamano i profeti di quel marketing che sta prendendo il potere su internet (ipotesi suggestiva ma non del tutto improbabile). Dopo l’ecommerce ecco dunque che circola un’altra parola magica e non sconosciuta: community è la nuova miniera d’oro per la creazione di valore.

Una signora danese Lisbeth Knudsen che dirige un importante gruppo editoriale Det Berlingske Officin dice: “I nostri giornali in quanto prodotti in sé, autonomi non avranno più futuro se non saranno capaci di creare dei legami con delle community. Non ci si può più accontentare di produrre contenuti, ma bisogna diventare mediatori e animatori di comunità sul web”.

Dunque i giornali perdono non solo come media ma anche in autorevolezza e influenza. La tecnologia non basta per spiegarne la crisi bisogna che gli editori si inventino nuovi contenuti, interattivi, partecipativi, comunitari. (…)

Dunque la sola aggregazione possibile in questo universo orizzontale internettiano è la community. Ma non si tratta di comunità sociali di tipo religioso, etnico o riferite a classi sociali la cui coesione appartiene alle culture della identità religiosa, tradizione o dell’emancipazione politica. Non sono neppure comunità locali e territoriali con buona pace del neo tribalismo politico. Qui si tratta si comunità reticolari composte da individui senza radici e prevalentemente metropolitani, fatte ad hoc, con un centro di interesse comune, un hobby, una credenza, una professione, sono reti sociali fluide e disseminate si può entrare facilmente come uscire con un clic, poco compromettenti, chi vi partecipa non è interamente coinvolto, né per molto tempo, si fa del surf, non si deve niente a nessuno. (…)

Dove si trova allora il valore e dove si troverà domani secondo il killer business model? “Nell’informazione o nella condivisione di questa informazione attraverso una rete sociale? Tutto fa credere che il valore attivo maggiore sarà nella condivisione e discussione e interpretazione di questa informazione. È una nuova frontiera.

Le comunità reticolari vogliono monetizzare l’intimità e l’amicizia mentre Google monetizza il contesto. Il social network conosce molto meglio i suoi utenti (gusti, centri di interesse, abitudini, potere d’acquisto, famiglia, amici …) di come un qualunque giornale possa conoscere i suoi più affezionati lettori. Nessun medium può disporre di altrettante informazioni, come una rete sociale” dice Tarek Krim, fondatore di Netvibes: “Immaginate due sale. Nella prima le persone subiscono passivamente l’informazione, in modo individuale, silenzioso, non sempre attento; nella seconda le persone si parlano, si guardano, si consigliano, moltiplicano le interazioni. È evidente che gli inserzionisti pubblicitari vogliano essere presenti nella seconda sala”. E nella seconda sala ci sono le community.

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico contatti [at] affaritaliani.it  indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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Internet Manifesto, proposta per il futuro

di Simona Petaccia (16/09/2009 - 23:33)

Punto Informatico, testo di Guido Scorza del 16/09/2009 - Si sta rapidamente diffondendo in Rete l’Internet Manifesto pubblicato nei giorni scorsi da un gruppo di blogger tedeschi e già tradotto in 14 lingue tra le quali, ovviamente, l’italiano. (…)

Non tutte le 17 dichiarazioni nelle quali si articola il documento sembrano rappresentare la sintesi di una riflessione matura e compiuta ma si tratta, comunque, di un buon punto di partenza per arrivare, forse un giorno, a scrivere un manifesto che possa rappresentare una sorta di dichiarazione universale dei diritti dei cittadini telematici.

Gli argomenti affrontati dai blogger tedeschi nel loro manifesto si sovrappongono perfettamente ad alcune delle più discusse questioni degli ultimi tempi a proposito del difficile equilibrio da individuare tra Internet, informazione, libertà e responsabilità, e ciò a conferma che la dimensione ormai raggiunta dai problemi della Rete è globale e che, pertanto, l’unica strada per affrontarli e risolverli è ricorrere a strumenti normativi e deontologici sopranazionali. (…)

Internet è diverso, è un impero mediatico tascabile, è la nostra società, è la vittoria del giornalismo ed il nuovo luogo del dibattito politico.

Sono queste le affermazioni fondamentali dalle quali muove l’Internet Manifesto e che i blogger tedeschi propongono alla Rete come punti fermi ed inamovibili della propria visione delle cose di Internet.

Ogni affermazione è accompagnata da una spiegazione e, nella più parte dei casi, da qualche suggerimento all’industria dei giornali ed ai giornalisti.

La diversità di Internet rispetto all’ecosistema mediatico preesistente, ad esempio, comporta come conseguenza che editori e giornalisti - ma l’indicazione sembra rivolta più ai primi che ai secondi - devono adeguare il proprio modo di lavorare al nuovo contesto tecnologico anziché ignorarlo o criminalizzarlo. (…)

Per consultare una prima traduzione italiana dell’Internet Manifesto, clicca qui.

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico gscorza [at] guidoscorza.it indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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TV: immigrati e terremoto, la realtà su ‘Presadiretta’

di Simona Petaccia (03/09/2009 - 21:44)

Adnkronos, 03/09/2009 - «Inchieste giornalistiche per raccontare il nostro paese con un approccio critico della realtà in linea con programmi della Rete come ‘Report’ e ‘Ballaro’ per capire cosa si muove realmente nella pancia della nostra società, così come un buon giornalismo dovrebbe fare». Così Paolo Ruffini Direttore di Rai3 ha introdotto la seconda serie di “Presadiretta” il programma di Riccardo Iacona (anche conduttore), Francesca Barzini e Domenico Iannaccone che dal prossimo 6 settembre riparte alle 21.00 (su Rai 3) per 5 domeniche consecutive per poi riprendere da febbraio 2010 con altre 6 appuntamenti. (…)

Approfondimenti inediti e immagini anche molto forti, attraverso il racconto dei protagonisti, come ha spiegato Iacona. (…)

Per consultare il sito della trasmissione “Presadiretta”, clicca qui.

Per leggere il testo completo, clicca qui.


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Cronache rurali (misura 111). LA REGIONE LOMBARDIA suddivide il giornalismo in ‘lavori di copy originali’ e ‘lavori di riscrittura testi’. Classificazione non accettabile.

di Simona Petaccia (25/07/2009 - 22:55)

Francoabruzzo.it, luglio 2009 - Segnalo un provvedimento della Regione Lombardia che, a mio avviso, appare in alcune disposizioni lesivo dell’attività della nostra categoria. (…)

Nell’ambito del Programma di sviluppo rurale un’apposita misura (misura 111) sostiene l’attività di informazione destinata alle imprese agricole. Sono previsti pertanto contributi per periodici e altri strumenti d’informazione (notiziari, siti web, ecc) rivolti al mondo agricolo.

Per la quantificazione delle spese ammissibili relative alla redazione, il provvedimento regionale (…) prevede (…) che “Per la redazione dei testi di materiale informativo da diffondere a mezzo stampa, su supporto ottico (CD-ROM o DVD) o via posta elettronica, è ammessa una spesa massima di euro 70,00 a cartella per lavori di copy originale (creazione ex novo di testi che riportano analisi e resoconti di temi o fatti specifici) e di euro 35,00 a cartella per lavori di riscrittura testi (riscrittura e semplificazioni del linguaggio). Per cartella si intende un foglio di testo dattiloscritto composto da 1800 battute (es. 60 battute per 30 righe). Ogni carattere o spazio è una battuta”.

Al di là della quantificazione economica, come ho già in passato evidenziato senza riscontro alla Dg Agricoltura della Regione Lombardia, ritengo che, in considerazione della natura dell’attività giornalistica come opera d’ingegno, la suddivisione in “lavori di copy originali” e “lavori di riscrittura testi” non sia accettabile.

Come peraltro una consolidata giurisprudenza riconosce, l’attività giornalistica è di per sé caratterizzata dal connotato dell’originalità che si concretizza in un lavoro intellettuale nella sfera dell’espressione originale e dell’elaborazione critica. La stessa attività redazionale, di per sé comunque rientrante a pieno titolo nella dimensione della raccolta delle notizie e della loro elaborazione, presuppone un lavoro di analisi per la diffusione di nozioni, elementi questi tutti caratterizzanti l’attività giornalistica.

Le previsioni del provvedimento della Regione, che interessano alcune testate lombarde, non riconoscono invece la peculiarità della nostra attività giornalistica. Né tengono in conto che la realizzazione di uno strumento d’informazione prevede altro impegno, non ultimo quello della direzione, che l’attività di redazione degli articoli. DX.WB (…)

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GIORNALISMO: 59 giornalisti uccisi nel 2009, “Bagno Di Sangue”

di Simona Petaccia (23/07/2009 - 22:11)

AGI/AFP, 23/07/2009 - Sono 59 i giornalisti uccisi in tutto il mondo dall’inizio dell’anno, segnando una crescita allarmante rispetto al 2008.

Un vero “bagno di sangue” secondo la PEC (Press Emblem Campaign), che ha calcolato che sono 53 i giornalisti uccisi nei primi sei mesi del 2009 - 45 in piu’ rispetto all’anno precedente - mentre nel solo luglio sono stati registrati ben 6 omicidi, tra cui quello dell’attivista russa Natalya Estemirova, uccisa il 15 luglio.

Il Messico detiene il record negativo, con 7 giornalisti uccisi in quest’anno, seguito in ordine discendente da Pakistan (6), Iraq, Filippine, Russia e Somalia (5), Gaza e Honduras (4), Colombia (3), Afghanistan, Guatemala, Nepal, Sri Lanka e Venezuela (2), India, Indonesia, Kenya, Kyrgyzstan e Madagascar(1).

La PEC, secondo cui l’incremento di morti e’ dovuto ai conflitti di Gaza, Somalia, Pakistan e Sri Lanka, ha fatto appello alle Nazioni Unite affinche’ “fermino questa strage di giornalisti”.

In luoghi come Messico, Filippine e Russia, dove non vi sono conflitti in corso, gli omicidi stanno diventando “una caratteristica endemica”, ha detto Blaise Lempen, segretario generale della PEC.

 

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Montanelli: ‘Lo scoop, scorciatoia dei somari’

di Simona Petaccia (12/04/2009 - 22:57)

La Stampa, 12/04/2009 – Con l’avvicinarsi del centenario della nascita di Montanelli, il 22 aprile, pubblichiamo il testo inedito dell’ultima lezione di giornalismo da lui tenuta all’Università di Torino il 12 maggio del 1997.

«(…) Il giornalismo è stato la grande vocazione della mia vita. Vi confesso però che, sebbene abbia amato e continui ad amare questo mestiere, non posso consigliare a nessun giovane di intraprenderlo oggi, perché credo che il giornalismo sia ormai al capolinea.

Dovrebbe trasformarsi completamente, in un senso che non so prevedere. Sono attaccato a dei ricordi e provengo da una certa scuola, e a quest’età mi è molto difficile pensare a qualcosa di diverso. Spero per voi che abbia luogo una trasformazione completa, che tenga conto dei fatti gravi accaduti nel tempo - tra cui molte colpe e deviazioni dei giornalisti -, dell’ingresso di tecnologie nuove, di tutto un ribaltamento del costume. Il giornalismo classico, dal quale non mi saprei mai distaccare, è impossibile che si possa adeguare. (…)

Noi giornalisti dobbiamo fare i conti con un nemico mortale. Anziché combatterlo, ci siamo messi al suo servizio: è la televisione. Ho le stesse idee di Popper, la televisione è la più grossa iattura che potesse capitarci, perché è stata utilizzata in modo tale da esserlo. I giornali sono diventati i megafoni della televisione, per questo troviamo titoli a otto o nove colonne su Pippo Baudo o la Parietti. La televisione potrebbe essere un grande strumento di cultura, ma non lo è. Questi però sono affari suoi. Ciò che è affar nostro è di esserci messi a fare i megafoni, copiandone anche i costumi e riconoscendone la supremazia.

L’Italia, oltre ad aver sempre mescolato il serio con il futile, ha sempre preso il futile come l'unica cosa seria. E noi non facciamo che adeguarci, portando agli eccessi questa perversione del nostro costume. Ma c’è di peggio. La televisione insegna ed apre la strada al protagonismo, che portato nel giornalismo ha effetti catastrofici. La televisione aizza quel pessimo incentivo tipico dei cattivi giornalisti, la ricerca a tutti i costi dello scoop. Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male. Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta, e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale.

Oggi io vedo i direttori nuovi. Sono bravissimi, intendiamoci, hanno tra i 40 e i 50 anni, potrebbero essere miei figli. Ma non stanno in direzione, li ho sotto gli occhi, stanno nell’ufficio marketing, perché la cosa fondamentale di un giornale è la cosiddetta audience. L’audience procura pubblicità, perché un giornale non deve solo vivere, ma deve anche produrre soldi, soprattutto se vuole essere indipendente. Un giornale che deve chiedere soldi a qualcuno è per forza di cose suo servo. Io ho perso la Voce perché non riuscii a portarlo in attivo. È l’audience nelle sue forme più volgari che ci obbliga a involgarire il giornale, che per stampare deve battere questa strada. Questa strada però non ci conduce a niente. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori. Non so se il giornalismo è capace di compiere un’evoluzione in questo senso, ma io non ne vedo i segni. Se io avessi 40 anni di meno, tenterei di nuovo di fare un giornale. Ora qualcuno si meraviglierà, ma seguirei la strada aperta dal mio arcinemico Ferrara con il Foglio. Quel giornale è probabilmente ciò che avrei dovuto fare io con la Voce, che non ebbi la forza e la possibilità di fare. Un giornale che adeguasse immediatamente i suoi mezzi ai costi, con poche pagine, che potesse fare a meno di gran parte della pubblicità, con dei giornalisti - ahimé - pagati poco. Ma noi siamo sempre pagati poco, questo mestiere non si fa per i soldi. Anzi, se incontrate un giornalista ricco, diffidatene. Il giornalismo non conduce alla ricchezza, può condurre al benessere, per carità. Io non mi lamento affatto, ho quanto mi basta e anche di più per campare bene. Ma il giornalista ricco è un giornalista che puzza perché si è servito del mestiere per raggiungere altri obiettivi. Un giornalista che si asservisce al mestiere - chiedendo scusa al procuratore Maddalena - lo fucilerei.

Come vedete non vi porto buone notizie, però, a questo punto, devo dirvi anche un'altra cosa. Avrò forse fatto un mestiere sbagliato, ma non lo rimpiango. Credo che il giornalismo in Italia abbia svolto una missione, quella di strappare la cultura italiana ai suoi fortilizi, alle sue cosche mafiose. Chiedo scusa di ricambiare così male la vostra ospitalità, ma devo dirvi che il giornalismo questo compito lo ha assolto per decenni, portando la cultura in mezzo al pubblico. La cultura italiana ne aveva un gran bisogno, perché non sa parlare al pubblico. Ha un linguaggio suo, intraducibile nel linguaggio comune. (…)

Chi di voi vorrà fare questo mestiere, si ricordi di scegliere il proprio padrone, il lettore. Si metta al suo servizio e parli la sua lingua, non quella dell’accademia. Porti la cultura dell’accademia alla comprensione. (…) Se volete fare questo mestiere, questo è l’impegno che dovete assolvere. Per farlo non c’è sofferenza che ve ne possa sconsigliare, e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa».

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Agli editori piacciono i premi patacca

di Simona Petaccia (10/04/2009 - 22:14)

LIBERO, 10/04/2009 - Italia, patria del premio patacca. Nel 1999, secondo il censimento realizzato dall’Editrice Bibliografica, erano 1022. Nel 2003 Armando Torno, sul Corriere della Sera, calcolava che nel frattempo fossero cresciuti al ritmo impressionante di cento all’anno. Qualche premio nel frattempo sarà deceduto, e altri ne avranno preso il posto.

Ovviamente non sono tutti uguali. Quelli che godono di copertura televisiva (Strega e Campiello, in particolare) possono influenzare le vendite, magari rianimando un romanzo partito con grandi aspettative non del tutto rispettate; oppure lanciando un autore già pronto a spiccare il volo con le proprie forze.

E quelli che non muovono una copia in più, cioè gli altri mille e passa cosa ci stanno a fare? Chi li vuole? A chi fanno comodo? Le risposte tipo sono due. La prima: fanno comodo a chi li organizza. Il borgo nelle montagne, il paese sulla costa, la città di provincia un po’ dimenticata per un paio di giorni possono giocare la carta del personaggio mediatico di un certo calibro da mostrare a turisti e residenti (questi ultimi sono anche elettori, per cui l’assessore ci tiene a fare un figurone). I bilanci non sono così facili da ottenere (peggio solo quelli dei Festival) ma in tutti i casi costi e relativi finanziamenti sono incomparabili con quelli faraonici di cui disponeva il Grinzane Cavour, circa quattro milioni di euro. (Lo Strega, ad esempio se la cava, secondo l’Espresso, con circa 250 mila euro).

La seconda risposta tipo è: senz’altro fanno comodo agli autori i quali si mettono in tasca una cifra variabile ma spesso appetibile perché, salvo limitate eccezioni, non ci sono scrittori ricchi in circolazione. (…)

Ricapitoliamo: gli organizzatori hanno un ritorno d’immagine, gli scrittori integrano i magri diritti d’autore. Manca qualcuno: gli editori. I quali si sobbarcano una bella dose di fatica per far andare avanti il carrozzone: contattare i giurati, inviare le copie, seguire tutte le pratiche aperte e così via. Un impegno per uffici stampa e marketing. Viene da chiedersi: a che scopo, visto che, con le dovute eccezioni già citate, un premio risulta quasi ininfluente sulle vendite? Il motivo non dichiarato per cui gli editori “scendono in campo” è duplice. Per i premi maggiori, la spiegazione è ovvia. Possono incidere in positivo sul fatturato e tanto basta. Trattasi di un investimento con possibile ritorno.

Per quelli minori c’è un motivo diverso, tutto interno alla azienda, che difficilmente affiora. Gli autori che fanno il fatturato non sono moltissimi. E vanno trattati con molta diplomazia. Premi e giurie diventano quindi importanti perché consentono di tener buono chi fa le bizze, o potrebbe farle. In dobloni: vuoi accarezzare un autore potente perché commercialmente imprescindibile? Vuoi mantenere buoni rapporti con un autore potente nel sistema dei media? Gli offri visibilità, sostenendolo nei Premi e segnalandolo come potenziale giurato.

Questo spiega, almeno in parte, perché vincono sempre i soliti e perché alcune giurie sono quasi sovrapponibili. (…)

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Tag: Premi,Editoria,Giornalismo

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Premio Guidarello: grandi firme del giornalismo e protagonisti del mondo dello spettacolo

di Simona Petaccia (15/11/2008 - 22:18)

Il Resto del Carlino, 15/11/2008 - GRANDI firme del giornalismo e protagonisti del mondo dello spettacolo. Star della politica e ‘gastronauti’, per citare l’autodefinizione di uno dei vincitori della nuova sezione dedicata alla gastronomia. Il Premio Guidarello per il giornalismo d’autore propone continue novità al punto da far crescere anno dopo anno la richiesta di biglietti di ingresso. Così il Teatro Alighieri, pur con i suoi 835 posti a sedere sta più che stretto ai tanti che non vorrebbero perdersi lo spettacolo. (…)

L’evento verrà presentato da Elenoire Casalegno e da Bruno Vespa, che è anche presidente della Giuria del premio per il giornalismo nazionale. (…)

Per la sezione nazionale del premio i riconoscimenti andranno a Edmondo Berselli (sezione cultura), Vittorio Feltri (sezione società) e Paolo Bonolis (sezione spettacolo). Berselli (editorialista di Repubblica e L’Espresso) e Feltri (direttore di Libero) daranno certamente vita ad un serrato dibattito sull’attuale momento politico ed economico, mentre un breve video introdurrà il ‘Guidarello ad honorem’, assegnato alla memoria di Oriana Fallaci (…).

Parentesi poi tutta televisiva con Vespa-Bonolis. I vincitori della 37° edizione del Premio Guidarello per il giornalismo d’autore-sezione Romagna sono invece Andrea Emiliani, Francesco Erbani e Margherita Ghinassi.

A Davide Paolini (è lui che si autodefinisce, argonauta) e Graziano Pozzetto sono andati invece i premi per la sezione del premio dedicata alla Cultura Gastronomica-Molino Spadoni. E’ questa una delle novità del Premio edizione 2008, nata da un’idea di Leonardo Spadoni che attorno alla sezione ha creato «un evento nell’evento» con importanti ritorni in termini di marketing. (…)

«Il Premio Guidarello — fa sapere Confindustria Ravenna — è stato inserito quest’anno tra le iniziative nazionali della ‘Settimana della Cultura d’impresa’ di Confindustria». (…)

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico segreteria.redazione.bologna [at] monrif.net indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

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Nòva sul giornalismo

di Simona Petaccia (10/04/2008 - 23:05)

Crossroads di Luca De Biase, 10 aprile 2008 - (…) Il pubblico attivo è il protagonista di ogni pensiero innovativo. E rivaluta la tradizionale missione di servizio dei giornalisti. Nella prospettiva di una relazione simbiotica tra i cittadini attivi e i giornali.

Certo, c'è un presupposto da sottolineare. Il presupposto è che l'avanzata del pubblico attivo sia ineluttabile. Le opportunità offerte da internet la rendono in effetti altamente probabile come dimostrano milioni di persone che le hanno già colte.

Ma un pezzo di Newsweek sulla repressione 2.0, che racconta i nuovi modi di impedire la libera epressione delle idee usando la rete, approfondisce il ragionamento e lo rende deontologicamente decisivo. Non si tratta di fatti che riguardano solo i regimi che si oppongono alla libertà di informazione, dalla Cina al Medio Oriente, ma anche i paesi occidentali: la censura è un'arma pesante, l'autocensura indotta dalla paura e dal convenzionalismo è un'arma letale. Proprio perché sottile e insinuante.

I giornali tradizionali che vogliano partecipare al processo democratico dovranno lottare per garantire lo sviluppo e la crescita del pubblico attivo: se all'inizio della storia internettiana hanno forse visto il pubblico attivo come un competitore, se oggi cominciano ad adattarsi per non perdere posizioni, domani dovranno stare dalla sua parte in nome della democrazia. (…)

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Dal giornalismo al “churnalism”, produzione di massa di ignoranza

di Simona Petaccia (07/02/2008 - 23:41)

LSDI, 7 Febbraio 2008 (…) - Quasi l’80% degli articoli pubblicati sui giornali nazionali di qualità del Regno Unito sono in buona parte fatti riciclando notizie di agenzia o comunicati stampa. È uno dei risultati di una recente ricerca realizzata dal Dipartimento di giornalismo dell’Università di Cardiff, secondo cui – tra l’altro – alcuni giornalisti di Fleet Street producono attualmente almeno tre volte in più di quanto facessero 20 anni fa.

La ricerca (…) ha rilevato che la maggioranza dei servizi contenuti nei giornali nazionali britannici sono realizzati in gran parte con materiali forniti da Uffici stampa o agenzie. (…)

Criticando aspramente quello che definisce “churnalism”*, Nik Davies, un esperto di media del Guardian,  dice: “Ora più che in passato, siamo coinvolti in una produzione di massa di ignoranza perché le corporation e gli amministratori hanno tagliato gli organici, aumentato I nostri ritmi di lavoro e ci hanno definitivamente incatenato ai nostri desk”. (…)

Il “poco di giornalismo che produce la stampa”, commenta ancora Kaiser-Bril, “deriva dunque dal forte aumento del numero di articoli che il giornalista deve produrre. Risultato: del personale qualificato viene pagato per fare del copia-e-incolla e produrre articoli mediocri. Così Ci perdono tutti: i giornalisti, che non hanno più il tempo di fare il loro vero lavoro e agli editori che si ritrovano con tonnellate di invenduto”.

Una volta di più questo esempio mostra che il problema della stampa non si limita a internet. Il web ha semplicemente messo fine all’oligopolio che gli assicurava dei margini di profitto indebiti. L’arrivo della concorrenza online mette i media tradizionali di fronte alle loro contraddizioni. Il contenuto che essi producono è semplicemente non competitivo. (…)

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