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E se cinema e TV raccontassero dei disabili normali?

di Simona Petaccia (05/03/2009 - 22:58)

Bresciaoggi, 05/03/2009 - Se si eccettua Doc. House e il suo bastone, o Antonella Ferrari, affetta da sclerosi multipla e che recita per Centovetrine, i disabili non compaiono granché sul piccolo schermo. Di disabilità si parla solo in occasioni sporadiche e circoscritte: per Telethon; per le paraolimpiadi; quando Striscia la Notizia riporta casi di barriere architettoniche; infine, recentemente, perché Gerry è stato il primo concorrente cieco ad entrare nel Grande Fratello. Per il resto, la tv ancora non è molto ospitale per i disabili.

Quanto ai film la situazione è un poco migliore, anche se assai diversificata. Da un lato ci sono sicuramente prodotti ottimi sul tema della disabilità. È il caso dei pluripremiati «Rain Man», sull’autismo, e «Il mio piede sinistro», con Daniel Day-Lewis che vinse l’Oscar come migliore attore protagonista per la sua interpretazione di un tetraplegico. Un film degno di nota è poi il recente «Si può fare», di Giulio Manfredonia. La pellicola merita davvero: mescola umorismo e amarezza, trattando peraltro di una storia vera, e il risultato è encomiabile. Bravissimi anche gli attori che hanno saputo cimentarsi magistralmente nel ruolo di malati di mente. Anche perchè non sempre la recitazione di attori non-disabili nel ruolo di disabili è stata efficace. Ad esempio, l’interpretazione di Scamarcio in «Manuale d’amore 2» è poco credibile. Nessun paraplegico, dopo aver passato mesi nel letto, avrebbe quadricipiti perfetti e addominali scolpiti come i suoi. Sono certa che agli occhi attenti di altri disabili come me questo dettaglio non è sfuggito…

Esistono poi festival di fama internazionale su cinema e disabilità. (…) Peccato solo che questi eventi cinematografici rimangano sconosciuti ai più, restando fenomeni di nicchia.

Riguardo al connubio cinema-handicap, si possono identificare due fasi storiche: in un primo periodo, di disabilità si parlò solo in modo tragico, drammatico; poi subentrò la fase del «super abile», del disabile-eroe, icona di stoicismo. (…)  

Certo, meglio questa visione in positivo che la vecchia interpretazione strappalacrime. Tuttavia, sarebbe tempo ora di passare ad una «fase 3»: vedere la disabilità in un contesto di normalità. Si dovrebbero davvero inserire persone disabili in film e telefilm, anche non necessariamente come personaggi principali. Si trasmetterebbe così il messaggio che è normale che i disabili siano integrati nella società.

Ove invece i disabili fossero protagonisti, perché non parlare della loro quotidianità? Anche i disabili hanno storie di vita ordinaria: anche noi desideriamo una vita sociale, una famiglia, un buon lavoro, un amore.

Sottolineando il nostro essere come gli altri, il nostro avere vite tutto sommato «standard», riusciremmo forse ad educare la società ad essere più accogliente, ad abbracciare le differenze, anziché a temerle. (…)

Se siamo un 10% della popolazione totale, avremo ben diritto ad avere questa percentuale di visibilità anche nei mass media, no? E ancora: perché non dare spazio anche ad attori disabili? Alcuni esperimenti in tal senso si stanno facendo, anche in Italia, e con risultati incoraggianti (…).

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico lettere [at] bresciaoggi.it indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Brescia Oggi: www.bresciaoggi.it

 

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E’ on-line il Quaderno dell’Unci sul ddl Alfano

di Simona Petaccia (05/03/2009 - 22:53)

È possibile scaricare il Quaderno dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani dedicato al Ddl Alfano sulle intercettazioni che è stato presentato il 3 marzo 2009 alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

Intitolato “Ddl Alfano: se lo conosci lo eviti”, il volume raccoglie, in 224 pagine, le opinioni di trenta tra giuristi, magistrati, avvocati, investigatori, giornalisti e una ampia documentazione.

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico unci [at] unionecronisti.it indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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Il giornalismo e’ un mondo per uomini

di Simona Petaccia (05/03/2009 - 21:15)

Il Resto del Carlino, 05/02/2009 - Dati impietosi per il mondo del giornalismo marchigiano al femminile. Secondo un’indagine del sindacato regionale infatti le giornaliste sono numericamente inferiori ai colleghi maschi, 645 su un totale di 1.958 (pari al 33%), hanno retribuzioni inferiori e fanno meno carriera. (…)

Basata su un questionario cui hanno risposto validamente 56 giornaliste (un campione pari all’11% di tutte quelle che lavorano nelle Marche) di età compresa tra i 30 e i 50 anni, sulle 67 iscritte al sindacato che hanno aderito all’iniziativa (l’89% del totale), l’indagine dimostra che nonostante una lunga gavetta, solo il 47% delle intervistate puo’ contare su un’assunzione stabile e garantita. Il 12% ha un contratto a termine e il 10% svolge un doppio lavoro.

Complessivamente, le lavoratrici senza rete (autonome o free lance) sono il 28%, ma ciò non sembra aver favorito la maternità, in quanto solo 25 giornaliste su 56 sono mamme. Ai pochissimi ruoli di vertice ricoperti da donne, che si contano sulle dita di una mano, si abbinano retribuzioni femminili inferiori a quelle maschili anche del 40%, dovute - ha spiegato Lucia Visca, presidente nazionale Cpo-Fnsi - alle cosiddette voci mobili del contratto: lavoro straordinario, domenicale e notturno, spesso precluso alle donne a causa delle incombenze familiari, che le relega in qualifiche più basse.

In sostanza, le donne si affacciano piu’ tardi alla professione, lavorano meno, fanno meno carriera, perdono prima il posto di lavoro e maturano pensioni piu’ modeste.

Tra le interpellate, solo tre guadagnano più di 3.000 euro al mese, cinque piu’ di 2.000. Tutte le altre giornaliste hanno retribuzioni inferiori: nel 36% dei casi sotto la soglia dei mille euro. Per migliorare la propria condizione lavorativa, hanno detto le interpellate, servono in ordine di priorità la preparazione individuale (48%), l’appoggio di personaggi influenti (25%), e la capacita’ di gestire diplomaticamente i rapporti con capi e colleghi (25%). Ma per entrare nella stanza dei bottoni occorrono, cosi’ almeno afferma l’indagine, soprattutto appoggi politici (36%), seguiti dal sostegno di direttori e giornalisti affermati (28%), e dalla conoscenza di privati influenti (15%).

I favori sessuali sono ritenuti un fenomeno raro dal 40% delle intervistate, il 30% li considera un’arma ‘impropria’ usata soprattutto dalle donne, e il 17% da entrambi i sessi. (…)

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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