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Provincia di Frosinone: nuovo bando per comunicatore pubblico

di Simona Petaccia (10/12/2008 - 23:07)

Comunicatori e Comunicazione, 10/12/2008  - Nel mese di novembre è stata segnalata all’Associazione la palese illegittimità del “Bando di concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di n.1 posto a tempo pieno ed indeterminato di comunicatore pubblico (cat. D, pos. economica D1)” pubblicato per estratto sulla Gazzetta Ufficiale il 10.10.2008, e in versione integrale sul sito della Provincia di Frosinone (www.provincia.fr.it). In merito ai requisiti specifici richiesti per l’ammissione, il Bando originariamente richiedeva il diploma di laurea in Scienza della Comunicazione - non ammettendo i titoli equipollenti - e l’iscrizione all’albo dei pubblicisti o dei professionisti.

In seguito all’immediato intervento dell’Associazione che ha indirizzato all’Amministrazione Provinciale di Frosinone una circostanziata lettera che richiamava la necessità di una rettifica del bando che palesemente era in contasto con i requisiti di legge, il 21 novembre scorso sull’Albo pretorio della Provincia di Frosinone è stata pubblicata una determinazione (…) che prendendo atto delle osservazioni dell’Associazione, prevede (…) come requisiti richiesti per l’ammissione, il “...Diploma di laurea in Scienze della comunicazione, in Relazioni pubbliche e altre lauree con indirizzi assimilabili, ovvero, per i laureati in discipline diverse, è richiesto il possesso del titolo di specializzazione o di perfezionamento post laurea o di altri titoli post-universitari rilasciati in comunicazione o relazioni pubbliche e materie assimilate da università ed istituti universitari pubblici e privati, ovvero di master in comunicazione...”.

Non viene più menzionato il requisito dell’iscrizione all’albo dei pubblicisti o dei giornalisti.

Con tale determinazione sono stati anche riaperti i termini del bando di concorso pubblico. (…)

Sono on-line sia il bando sia la rettifica.

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico info [at] comunicatoriecomunicazione.it  indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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Il Premio Pulitzer apre ai giornali online

di Simona Petaccia (10/12/2008 - 22:39)

PC World, testo di Claudio Leonardi del 10/12/2008 - Il Premio Pulitzer si rinnova: anche gli articoli pubblicati esclusivamente su Internet potranno aspirare all’ambito riconoscimento. (…)

Sul sito del Pulitzer Prizes, si legge che dal 2009 non ci saranno più differenze tra carta e web, e anche le testate online saranno in competizione per le 14 categorie dedicate al giornalismo.

Un adeguamento dovuto, che riconosce il ruolo del più potente medium sulla terra, ma anche l’ulteriore conferma del declino dei giornali su carta. (…)

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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Che c’entra il giornalismo col tg faidate

di Simona Petaccia (10/12/2008 - 22:15)

LaStampa, testo di Mimmo Cándito del 10/12/2008  - Dunque anche i giornali americani franano nei conti in rosso, implodono dentro le loro pagine, erodono la tradizione d’un modello che sembrava eterno. E non è nemmeno detto che sopravvivano fino al 2043, come qualcuno profetizzava. Ma non è un problema soltanto dei giornali, cambia da dentro, in profondo, il modo di fare informazione. Quando gli aerei dei terroristi s’infilarono nella pancia delle Torri, furono le immagini di alcuni filmati «amatoriali» a darci la prima notizia di quel mattino di settembre che stava cambiando il mondo. E furono di nuovo i filmati «amatoriali» che ci raccontarono lo tsunami o ancora, qualche tempo dopo, l’angoscia e la paura di una Londra sconvolta dagli attentati nell’Underground. Il lessico della vecchia cultura mediatica definisce «amatoriali» quelle immagini; ma oggi il loro nome è «citizen journalism». E poiché le parole non sono puri accidenti, la nuova formula apre un percorso che va al di là d’una classificazione di comodo.

Il «giornalismo cittadino» (o, per altri, «giornalismo partecipativo») è sicuramente il prodotto diretto delle nuove tecnologie elettroniche (…) capaci di registrare e riprodurre la realtà senza il passaggio obbligato di una particolare competenza tecnica. (…)

Va detto che quanto s’è visto finora è sconsolante. Ma non è questo che conta, certamente arriverà prima o poi qualcosa di più interessante. No, il problema sta nella presunzione di partenza, quella che definisce «giornalismo» la trasmissione di alcune immagini acchiappate casualmente e poi consegnate al consumo pubblico. Come se un «documento» compendiasse ed esaurisse il lavoro giornalistico. (…)  

Ma nel concetto di «citizen journalism» c’è qualcosa di ben diverso dalla trasmissione di un filmato «amatoriale». C’è il progetto di un passaggio tendenziale del lettore-spettatore da «consumatore passivo» a «corresponsabile attivo»: i massmedia che si aprono ai commenti dei loro utilizzatori, che attivano forum di discussione del loro pubblico con i redattori, che sollecitano il pubblico a farsi fonte d’informazione (i filmati, le telefonate di segnalazione, i documenti offerti etc.), mostrano di voler affrontare senza timori la sfida delle tecnologie. Tuttavia, questa mutazione in corso non può realizzarsi con la cancellazione - o l’emarginazione - dei dati genetici del giornalismo, del suo compito cioè di offrire una credibile capacità di distinzione tra ciò che è «vero» da ciò che è «verosimile». La fascinazione delle nuove tecnologie tende a erodere quella distinzione, e già qualche tempo fa Paul Virilio ammoniva a badar bene che la realtà offerta dai massmedia non crei una «telerealtà», e dunque che - grazie ad una produzione mediatica dove la quantità del consumo (il numero degli spettatori, o i visitatori di un sito, per esempio) ora vale più del contenuto di un messaggio - la democrazia non si trasformi in «telecrazia per cittadini infatilizzati».

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico stampaweb [at] lastampa.it indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

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Crisi dell’editoria, cronaca di una morte annunciata

di Simona Petaccia (10/12/2008 - 22:10)

Affaritaliani.it, testo di Angelo Maria Perrino del 10/12/2008 - Un terremoto si sta abbattendo sul mondo dell’editoria e dei giornali. I primi segnali arrivano, come sempre in anticipo, dagli Stati Uniti (…). La crisi (…) non risparmia neanche le testate più solide e blasonate.

I motivi di questa debacle li ha riassunti molto bene Sam Zell, l’immobiliarista che aveva acquisito un anno fa il gruppo Tribune: “Il repentino declino dei ricavi e la crisi economica combinati con le difficoltà riscontrate sul mercato del credito hanno reso estremamente difficile fare fronte ai nostri debiti”.

Ma come negli Usa, anche in Italia, sebbene ancora sotto traccia, il grande terremoto si preannuncia non meno devastante.

Per ora si colgono piccole scosse sotterranee, ma (…) sotto i piedi di manager e giornalisti la terra comincia a tremare. Di segnali ve ne sono fin troppi: basta dare un’occhiata alle performance borsistiche del comparto editoriale negli ultimi dodici mesi - un termometro oggettivo della salute delle aziende - per capire che si tratta di una strage. (…)

I problemi e i nodi irrisolti sono comuni: costi fuori controllo, dalla carta agli organici pletorici, scarsa produttività a fronte di superstipendi e benefit per manager, giornalisti ed inviati, ricavi tanto da edicola quanto da advertising crollati a causa della disaffezione dei lettori e della contrazione degli investimenti pubblicitari. E con costi prevalentemente fissi e crescenti e entrate tendenzialmente e irreversibilmente calanti, la forbice è destinata ad accentuarsi e la crisi, di conseguenza, ad aggravarsi, poiché nulla, all’orizzonte, fa prevedere un’inversione di tendenza.

Le cause di questa ecatombe annunciata sono molteplici e hanno operato in questi anni in un combinato disposto micidiale. Alla base la grande rivoluzione digitale, Internet, la nascita dei new media, la convergenza, la multimedialità, le piattaforme multicanale, l’irrompere e il consolidarsi dell’informazione in tempo reale, la globalizzazione degli eventi e dei contesti, la destrutturazione dei concetti di spazio e tempo, i nuovi linguaggi e i nuovi ambienti, dall’html all’Iptv, l’interattività, il viral marketing, la disintermediazione dei ceti professionali dell’editoria che hanno progressivamente perso le tradizionali rendite di posizione, l’empowerment dei processi di produzione e diffusione dei contenuti, con il fenomeno degli user generated content. Un cambio profondo di protocolli, di standard e di skill professionali. Una forma-giornale radicalmente mutata.

Il tarlo è in azione dai primi anni ‘90. E in una quindicina d’anni ha rosicchiato sin dalle fondamenta il Palazzo a più piani in cui erano riposte le certezze dell’industria dell’informazione. (…) Agli stimoli, alle suggestioni alle opportunità che schiudeva la sfida manageriale del grande “change” si poteva rispondere adeguandosi, cambiando, addirittura cavalcando l’onda. E invece da parte dei professionisti del settore si è risposto con la rinuncia, il ripiegamento difensivo, una gigantesca sottovalutazione e rimozione. Editori, manager, giornalisti non hanno voluto mettersi in discussione e abbandonare vecchie mentalità, abitudini e prassi professionali ormai obsolete. Insensibilità, incapacità, pigrizie, opportunismi, resistenze corporative hanno operato come un cocktail che ha prodotto clamorosi errori di analisi e sconcertanti paralisi decisionali, mettendo in ginocchio le aziende, spremute come limoni e mucche da mungere ma prive di ogni progettualità futura.

Da anni si va avanti con le tirature gonfiate e con i bilanci aziendali costruiti non sul core business dei giornali, ma con le iniziative collaterali, dai libri ai cd che hanno ormai riempito, fino ad intasarli, i tinelli e gli studi degli italiani. Divenuti ormai accessori, i vecchi giornali di carta hanno perso qualità e appeal, proprio nel momento in cui i lettori venivano conquistati dai ben più veloci new media, da Internet al Televideo (che è il giornale più letto in Italia), mentre sul prezzo operava la concorrenza, devastante in tempi di crisi economica, di una free press di seconda generazione sempre più competitiva sul piano dei contenuti.

Risultato: redazioni pletoriche e sempre meno utilizzate, processi di dequalificazione (la professionalità di un giornalista, senza adeguati supporti formativi, si esaurisce, secondo studi statunitensi, in cinque anni), giornali sempre più smilzi a causa del crescente costo della carta, omologati, sfocati e fuori tempo. Ma al crollo delle copie si è risposto con le tirature gonfiate e con la diffusione gratuita, nelle scuole e negli alberghi, sui treni e negli stadi. Al mercato sono stati forniti dati falsi che centri media indulgenti se non complici e cointeressati hanno preso per buoni ingannando gli inserzionisti e svalutando i loro budget e i loro ritorni commerciali.

D’altra parte, essendo scomparsi gli editori puri, falcidiati dalle crisi dei primi anni 80 quando scomparvero insieme le grandi famiglie storiche dei Rizzoli, dei Mondadori, dei Rusconi, l’impresa-giornale ha perso la sua mission originaria di informare ed è diventata, nelle mani di holding industriali e finanziarie, uno strumento di lobbing e di scambio in quella sempre più perversa dialettica del do ut des tra la politica e l’economia, le correnti partitiche e gli affari. Perdendo anche in autorevolezza e credibilità. Sicché tra editori fantasma, manager incapaci e opportunisti, direttori compromessi con il Palazzo, redazioni violentate, sedute e rinunciatarie, l’editoria, vaso di coccio tra vasi di ferro, ha venduto l’anima. E il giornalismo ha perso l’autonomia, che è il suo valore e requisito-chiave, la sua essenza, la premessa di ogni sua possibilità di esistere e di contare. (…)

E ora, che la frittata è fatta, come se ne viene fuori? Difficile individuare la exit way. Anche perché, a giudicare dai documenti che stanno uscendo dalle redazioni in questi giorni a commento delle trattative in corso da tre anni per il rinnovo del contratto nazionale, si capisce che non c’è la consapevolezza della pervasività e irreversibilità della crisi. Le parti fingono di negoziare, si sforzano di mantenere un tavolo aperto, evitano di mandarsi a quel paese per disperazione, ma non si avvicinano di un millimetro. Magari urlano ma sono tigri di carta, privi di forza e senza margini. Gli editori, con quei conti e quei bilanci aziendali imbarazzanti, sono con le spalle al muro. Perciò ci vanno giù pesante, con richieste che vanno dalla mobilità senza vincoli  dei giornalisti da una testata all’altra dello stesso gruppo editoriale, finora vietata (ma i dipendenti parlano di “trasferimenti selvaggi”), alla licenziabilità dei vertici anche intermedi, all’abolizione degli aumenti di stipendio automatici per anzianità, a un massiccio piano di prepensionamenti. (…)

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico contatti [at] affaritaliani.it indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

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