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Archivio Febbraio 2008

Caso Alpi-Hrovatin, la Corte Costituzionale sconfessa la Commissione d’inchiesta Taormina

di Simona Petaccia (14/02/2008 - 20:55)

Fnsi, 14/02/08 - “Lo sconcerto che all’inizio del 2006 fu espresso dalla Fnsi per l’archiviazione del caso Alpi-Hrovatin da parte della Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina è oggi in parte mitigato da un’importante decisione della Corte Costituzionale. La Consulta, infatti, ha dato torto alla Commissione d’inchiesta di allora ed in particolare sul suo rifiuto di far partecipare agli esami balistici i tecnici della Procura di Roma nel settembre del 2005. In questa maniera - è stato sottolineato nella sentenza - si è violato il principio della leale collaborazione tra i poteri dello Stato che ha determinato il mancato esame, non più ripetibile, dell’auto dei due giornalisti assassinati. Il Sindacato dei giornalisti ricorda che sulla vicenda Alpi-Hrovatin sono stati troppi i misteri che hanno avvolto la morte di questi coraggiosi cronisti (…)”.

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Il caso Report e le cause civili

di Simona Petaccia (14/02/2008 - 14:11)

Blog “Piovono Rane” di Alessandro Gilioli, 14 febbraio 2008 – Apprendo (…) della questione che vede opposti Report e il suo ex collaboratore Paolo Barnard: sintetizzando all’estremo, quest’ultimo non solo non è protetto legalmente dalla Rai, ma rischierebbe addirittura di subire la rivalsa della tivù di Stato per un suo servizio citato in giudizio. (…)

Ci si lamenta spesso, in giro, che il giornalismo d’inchiesta sia assai raro sui giornali e poco si parla invece del principale ostacolo al suo sviluppo, determinato dalla cause civili con richiesta economica di danni.

Fino a pochi anni fa, quando si scriveva qualcosa di “fastidioso” per qualcuno, il rischio prevalente era quello di una querela penale per diffamazione. Il processo penale, si sa, è lento - c’era quindi tempo per far raffreddare gli animi - e comunque non si rischiavano grossi patrimoni. (…)

In ogni caso, in sede penale c’erano molte più possibilità di far valere le proprie ragioni, in quanto non mancano le garanzie per l’imputato.

Da qualche anno invece chiunque si ritenga più o meno legittimamente “danneggiato” da un articolo fa causa civile e chiede miliardi (milioni di euro) di risarcimento.

L’effetto è devastante. Arrivano cause incredibili, per le ragioni più pretestuose e assurde. A volte, semplicemente, “ci provano”, ma intanto ottengono l’effetto di togliere la voglia a direttore ed editori di fare inchieste con nomi e cognomi.

Ovviamente è giusto che chi scrive risponda - anche in sede legale - di ciò che ha scritto, ma è l’effetto deterrente e preventivo della montagna di cause civili che non fa bene al giornalismo d’inchiesta. (…)

Insomma, ben venga il caso Report se serve ad accendere l’attenzione sul fatto che, alla fine, un editore ha più voglia di fare innocui pezzi fru-fru che inchieste rischiose in termini economici.

Nel caso specifico, ovviamente, la Rai farebbe una figura migliore se si prendesse la rensponsabilità di quello che ha mandato in onda, ma questa non è che una pagina di una storia molto più lunga.

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Josè Elia: «La tv è spazzatura? Cari intellettuali l’artefice sono io e me ne vanto...»

di Simona Petaccia (14/02/2008 - 12:47)

la Città, testo di Carlo Pecoraro del 14 febbraio 2008 - Da giornalista a direttore di Telecolore ad assistente universitario fino a diventare autore di alcuni programmi televisivi di maggiore successo. E’ lui, Josè Elia, l’uomo nero, il cattivo contro il quale si poterebbe puntare l’indice accusandolo di essere il braccio armato di una televisione, quella Italia, che ha abdicato alla qualitá, scegliendo la spazzatura. E lui, serafico, risponderebbe: sì sono io, e allora? «Sai cosa sostiene Umberto Eco che ha confessato di vedere il nostro programma ("I soliti ignoti", ndr)? Che non si va nelle case d’appuntamento a cercare contesse. Nei bordelli ci sono le mignotte». (…)

 

 

E’ più avvincente scrivere per la televisione?

«No, è solo che si è svilita e svuotata la funzione del giornalista. In realtá oggi nessuno ha più voglia di leggere gli approfondimenti. Nessun editore è disposto più a finanziare questo tipo di contenuti. La comunicazione è cambiata, i mezzi di informazione sono sovvenzionati dalla pubblicitá o dalla politica. E’ finito il giornalismo come idea di profonditá perché siamo passati dall’informazione alla comunicazione. La comunicazione è superficiale, è liquida, alla fine nessuno se ne frega».

Colpa anche della televisione?

«Certo, oggi la televisione per gran parte della giornata si occupa di comunicazione e i giornali, che escono il giorno dopo, che dovrebbero fare? Approfondimenti. Ma in realtá fanno commento rincorrendo la televisione. (…)».

Allora è legittimo che la politica sostenga l’informazione?

«E’ giusto che un editore condivida un progetto politico e lo sostenga. Le televisioni locali sono nate in un periodo in cui tutta l’editoria era una diramazione della politica (…)».

Va tutto bene se non fosse che non c’è più modo di comunicare con il potere. Manca il contradditorio.

«Ma il contraddittorio in questa societá esiste? Ci sono una serie di poteri, nel mondo, che comunicano solo attraverso i loro uffici stampa. Questi spiegano ai giornalisti qual’è il pensiero e questi ultimi lo raccontano alla gente. (…) Il contraddittorio non esiste più perché tutte le veritá sono uguali. Il giornalista si limita a prendere atto delle veritá dando lo stesso valore a tutti. Per me è assurdo (…) ».

Allora se bisogna scrivere, meglio farlo per Frizzi?

«Scrivere? Uno quando pensa alla figura dell’autore si immagina ancora una televisione pensata, scritta e rappresentata. Oggi l’autore non è nient’altro che uno che adatta un design arrivato dall’estero (i format). Oggi la televisione è un’industria (…) . Poi come tutte le industrie ha prodotti che si consumano di più, di meno, quelli che si deteriorano prima. Insomma, è tutto legato alla necessitá di serializzare».

Questa è la televisione. Ma lei ha un’idea diversa?

«Idee di programmi non ne ho. Per quante idee puoi avere, non avrei mai la forza di arrivare al prodotto finale. In Italia non esistono gruppi di autori che lavorano ai format».

Esiste una ragione?

«Scontiamo una arretratezza enorme rispetto all’estero. Da noi gli autori hanno sempre rincorso i contenuti. (…) Oggi i programmi devono guardare ai bilanci, non si può andare in passivo».

Allora è meglio abbassare il livello della qualitá?

«In Italia c’è ancora il pregiudizio che la televisione è uno strumento culturale. Non è vero! Ha smesso di esserlo dal ’58. Una volta prodotti gli sceneggiati che hanno fatto conoscere agli italiani la letteratura dell’800; una volta prodotti i programmi che insegnavano a scrivere, stop è finito tutto. Mentre noi rincorrevamo ancora questi modelli, all’estero si andava avanti».(…)

E sui contenuti?

«A me spiace che la televisione italiana abbia abdicato al ruolo di messa in mora del potere come, ad esempio, accade in America. Anche programmi come Striscia la Notizia, che dovrebbe essere una trasmissione d’inchiesta, in realtá, quando entra nelle case a pizzicare l’idraulico che non rilascia ricevuta fiscale, mi sembra più un’operazione di polizia. Ma pensate a fare la televisione...». (…)

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Tag: JoseElia

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