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Archivio Ottobre 2007

Finanziaria: assunzione dei precari P.A. con tre anni di lavoro

di Simona Petaccia (30/10/2007 - 22:50)

ANSA, 30/10/07 - Le amministrazioni pubbliche potranno assumere i lavoratori precari che hanno contratti a tempo determinato o anche contratti di collaborazione coordinata e continuativa (i Co.co.co) che hanno lavorato con le P.A. per tre anni, anche non continuativi, nel quinquennio precedente al 28 settembre 2007.

È quanto prevede l’emendamento alla Finanziaria presentato dal Relatore e che recepisce l’accordo di questa mattina raggiunto dalla maggioranza. (…)

L’emendamento, che stanzia per questo ulteriori 20 milioni di euro che si aggiungono ai 5 già previsti, stabilisce che entro il prossimo 30 aprile le amministrazioni pubbliche predispongano un piano triennale 2008-2010 per la progressiva stabilizzazione del personale precario “non dirigente”. Contemporaneamente rimane fissato al 40% la soglia per il rinnovo di nuovi contratti di questo tipo, anche se “nelle more della stabilizzazione le amministrazioni continuano ad avvalersi del personale” che poi verrà assunto. (…)

Novità sono previste dall’emendamento anche per quanto riguarda i nuovi concorsi che saranno banditi. La Finanziaria riserva già il 20% dei posti ai dipendenti con contratto a tempo determinato. Ora arriva un’altra riserva: è del 10% e tutelerà il personale già utilizzato con contratti Co.co.co.  

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Tag: assunzionedeiprecariP.A.contreannidilavoro

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Un anno di CSR Manager Network

di Simona Petaccia (30/10/2007 - 13:13)

L’IMPRESA N. 7/2007, articolo di Roberto Zangrandi (Responsabile Corporate Social Responsability di Enel S.p.A. e Presidente CSR Manager Network):

«Dopo alcuni anni di confusione concettuale, ricopiature stropicciate diu esperienze altrui, interpretazioni personalistiche, confusione - ingenua o meno - fra responsabilità d’impresa e filantropia, fra comunicazione e azione, fra contenuti sociali e contenuti econimici o ambientali, la Responsabilità sociale d’impresa, o “sostenibilità”, o “Csr, corporate social responsability”, o “corporate citizenship”, o “responsabilità d’impresa” tout court, ha trovato filoni di riferimento certi anche in Italia».

Per leggere il testo completo (in formato .pdf) su Ferpi.it, clicca qui.

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A Pordenone “Le voci dell’inchiesta”

di Simona Petaccia (30/10/2007 - 13:12)

Adnkronos Cultura, 21 ottobre 2007- Si terrà a Pordenone, dal 31 ottobre al 4 novembre prossimi, la prima edizione di “Le voci dell’inchiesta”, un nuovo festival dall’impianto multimediale che intende esplorare tutte le varietà di un genere dalla lunga tradizione e oggi più che mai necessario ed attuale. La manifestazione riunirà alcuni maestri e i protagonisti odierni dell’inchiesta giornalistica, rappresentata in tutte le sue manifestazioni: dalla carta stampata alla televisione, dal cinema ai nuovi media.

In cartellone proiezioni, incontri, dibattiti e letture teatrali che cominceranno con la rassegna “Da Trieste in giù. L’amore in Italia in cinquant’anni di inchieste filmate”: un viaggio da Nord a Sud, alla scoperta dei diversi modi in cui, negli ultimi cinque decenni gli italiani hanno considerato e frequentato la sfera dei rapporti sentimentali e sessuali.

Per leggere il testo completo, clicca qui.

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Il giornalismo antimercantile di Gramsci

di Simona Petaccia (30/10/2007 - 13:03)

Articolo21.info, testo di Giancarlo Ghirra - Il giornalismo italiano vive oggi un periodo cruciale, con un vero e proprio assalto degli editori ai diritti di quei tanti ancora convinti del loro dovere di garantire ai cittadini un’informazione completa, libera da condizionamenti economici e politici, attenta alla verità sostanziale dei fatti. Da più di due anni, per l’esattezza da 990 giorni,  gli editori negano il rinnovo contrattuale e, con il ricorso massiccio al precariato, rendono sempre più debole il ruolo di chi opera nell’informazione.  La situazione si fa di giorno in giorno più grave, anche perché in Italia, oggi come agli inizi del Novecento, quando Antonio Gramsci si cimentava nel giornalismo, i proprietari, anzi i padroni, dei giornali, continuano a essere industriali, banchieri, immobiliaristi e finanzieri, capitalisti che utilizzano l’informazione come elemento essenziale del loro blocco di potere, grazie anche a un ceto politico subalterno, che non coglie la crucialità della questione della libertà dell’informazione.

Chiedere ad Antonio Gramsci, a quel suo pensiero così ricco e straordinario le risposte alla crisi drammatica di oggi sarebbe davvero insensato. Trasformare i suoi studi e la sua opera in una Bibbia con le soluzioni a ogni quesito sarebbe fare un torto troppo grande (…). Nessuno può chiedere a Gramsci ricette per il buon giornalismo, così come lascia turbati talvolta sentire non dall’interno dalle redazioni ma da uomini come l’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi o addirittura lo scomparso Papa Giovanni Paolo II l’invito ai giornalisti a tenere la schiena dritta contro l’invadenza del potere economico e politico. In realtà tenere la schiena dritta e garantire ai lettori che il giornalista fornisce informazioni veritiere è un diritto, oltre che un dovere. Un diritto e un dovere talmente forti e seri da essere riconosciuti formalmente nella legge che nel 1963 istituiva l’ordine dei giornalisti. E questa norma, prevista all’articolo 2 di quel provvedimento, vale da sola la difesa di un Ordine che per molti altri aspetti rappresenta una tutela corporativa non sempre all’altezza delle esigenze. 

Antonio Gramsci non aveva bisogno di leggi formali per scrivere in una delle sue Lettere dal carcere parole pesantissime sul suo essere giornalista. ‘Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato un giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere profonde convinzioni per far piacere e a dei padroni o manutengoli’. (…)  Nonostante la censura degli anni della Grande Guerra del 1915-18, quel giovane impegnato non ha peli sulla lingua. Nel dicembre del 1918 scrive nella rubrica ‘Sotto la mole’ un articolo veramente attuale, intitolato ‘Il giornale come merce’. Va letto integralmente, perché sembra proprio una fotografia dei giornali di oggi, dominati piuttosto che dalla ricerca delle notizie sul campo dall’ossessione dei grafici, dall’idea di impacchettare bene il prodotto figlio magari delle veline delle grandi industrie o dei partiti di riferimento. Leggiamolo dunque: ‘Il giornale borghese è il giornale-merce, quale lo determina la concorrenza commerciale fra i proprietari di aziende giornalistiche. E’ una pizzicheria, dove una schiera di solerti impiegati affetta, impacca, accumula: formaggi, mortadelle, gelatine, molta patata e poco latte, molto cavallo e poco manzo, molta colla e molto brodo. Non importa: importa solo che ci sia una bella vetrina, molte lampadine accecanti, molti nastri e sbrendoli vari colori. Gli uomini passano e si fermano, abbarbagliati, stupiti: che lusso, che buone cose appetitose, che ricchezza, e tutto per una vilissima moneta. E gli uomini entrano e comprano e se ne vanno soddisfatti del lusso, dei colori, del garbo signorile dei nastri e degli sbrendoli multicolori: e l’illusione fa inghiottire i cattivi cibi senza nausea, senza vomiti, sebbene il corpo si denutrisca e il cervello si atrofizzi e le idee non facciano più ressa per esprimersi, ma solo lentamente si avanzino a una a una, come vecchiette grinzose appoggiate al bastone che ogni cinque passi si soffermano per frugarsi le tasse ed estrarre la tabacchiera ed annusare lungamente la resina: senza quel tabacco imbalsamante non potrebbero vivere’.  Pensate, Gramsci scriveva queste parole novant’anni fa, senza aver mai visto una televisione privata, e, ahimé, nemmeno pubblica. Ma già coglieva la degenerazione di un giornalismo che punti soltanto sulla vetrina, incapace di stimolare la circolazione delle notizie, e con essa delle idee, attento a evitare le inchieste sulla realtà sociale, a indagare sulle contraddizioni del mondo in cui viviamo piuttosto che a servire passivamente ogni giorno i chiacchiericci dei Palazzi della politica e gli interessi dei padroni dell’economia. (…)

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