Come nasce un’inchiesta. Il racconto di un genere in agonia
Megachip.info del 13 agosto 2007 – Intervista a Fabrizio Gatti di Roberto Laghi, da Aidem 2 – Fabrizio Gatti è giornalista a L’Espresso . Negli ultimi anni ha condotto alcune importanti inchieste: ha documentato il dramma dei migranti che attraversano l’Africa, tra deserti e pericolose frontiere, per giungere in Europa; si è finto clandestino proveniente dal Kurdistan iracheno per farsi rinchiudere nel Centro di permanenza temporanea di Lampedusa e raccontarne la realtà dall’interno; ha passato settimane con gli immigrati che raccolgono i pomodori in Puglia, denunciando le loro vergognose condizioni di vita e l’abuso e l’arbitrio assoluto dei datori di lavoro; recentemente ha documentato le precarie condizioni igieniche del Policlinico Umberto I di Roma, dando origine a una serie di ispezioni e controlli da parte del Ministero della Salute.
Come nascono le tue inchieste?
Le inchieste nascono dall’osservazione della realtà: le tematiche su cui indagare si trovano così, raccogliendo notizie e informazioni. Ci può essere un confronto allargato su alcuni temi in redazione, poi l’oggetto di un’inchiesta viene discusso e scelto con il direttore, il vicedirettore e l’ufficio centrale. Cerchiamo di scegliere argomenti che riguardino tutti, di sondare la realtà e di parlare con le persone. (…)
Come si decide e si prepara il lavoro?
Scelto l’argomento da investigare si decide anche il metodo in base alla necessità e alle situazioni: non in tutte le occasioni è necessario lavorare sotto copertura. (…) La preparazione comincia di solito con un sopralluogo per vedere come muoversi e conoscere la realtà, per evidenziare quali sono i principali problemi e per capire come raccontarli, se agire o no sotto copertura. (…) Prima della fase operativa c’è quindi un grande lavoro di documentazione, nel caso del Policlinico: pubblicazioni sulla materia, studio dei casi di infezione per mancato rispetto delle condizioni igieniche, protocolli riguardanti la pulizia delle strutture, manuali ospedalieri... in modo che sia possibile poi verificare quali sono le negligenze una volta cominciata la fase operativa. Per questa inchiesta abbiamo utilizzato una videocamera e una macchina fotografica, prima di tutto per dimostrare la veridicità di quanto scritto e non poter essere smentiti e poi per i lettori, perché le immagini hanno un’efficacia formidabile e, se con le parole si trasmettono i contenuti e i retroscena, l’immagine porta direttamente il lettore nel luogo in cui si svolge l’inchiesta, creando così una situazione di maggiore trasparenza e di partecipazione diretta. Una volta iniziata l’inchiesta, ci siamo trovati di fronte a delle condizioni spaventose e abbiamo così deciso di prolungare il lavoro per tutto il mese di dicembre, per capire se quanto stavamo vedendo era una situazione estemporanea o ci fosse una continuità, cosa che abbiamo riscontrato e quindi raccontato.
Come si svolge il lavoro?
La parte operativa di solito la porto avanti da solo, mentre la raccolta di informazioni preliminare viene fatta a più mani. (…) Ed è probabilmente la fase istruttoria quella più dura, più complicata e, di solito, anche piuttosto lunga: da subito c’è la voglia di passare alla fase pratica ma se non si hanno le informazioni sufficienti da una parte non si saprebbe come muoversi, dall’altra ci si troverebbe in una situazione di rischio non prevista. Certo che nel momento dell’inchiesta vera e propria il rischio c’è, come le situazioni difficili, ma se si è studiato a fondo, come sempre avviene, i rischi si accettano e non c’è avventatezza. Il lavoro è faticoso, anche perché comincia un giorno e finisce magari dieci giorni o un mese e mezzo dopo, ma resta il modo migliore per conoscere la realtà da vicino e appaga la curiosità di sapere, di approfondire.
Quali sono le difficoltà più impegnative da affrontare? Quali le situazioni in cui ti sei trovato ad agire?
È molto faticoso dal punto di vista mentale, ti trovi in situazioni difficili e devi decidere come agire. (…) Il primo compito, all’interno di questo metodo di lavoro, è rassicurare se stessi, senza lasciare nulla al caso, poiché sei tu il regista dell’inchiesta e non ti puoi confrontare con nessuno, devi essere pronto a prendere decisioni in poco tempo immaginandone le conseguenze. (…) Bisogna tenere un basso profilo, essere modesti e pronti a tirarsi indietro se la situazione diventa critica, devi essere attento a non raccogliere le provocazioni. (…)
Quali reazioni accolgono le tue inchieste?
Dai lettori arrivano indignazione e sostegno e questo ci dà la conferma che ci si sta occupando degli interessi di tutti. Del resto sono convinto del fatto che un’inchiesta abbia sempre due autori: chi scrive e chi legge e qui sta la grande forza, dato che il cambiamento arriva solo se chi legge può decidere di migliorare. Come diceva Giuseppe Fava, la notizia non è quella che arriva, ma quella che il giornalista si va a cercare. Un paese in cui si portano avanti molte inchieste è un paese con più trasparenza, con meno corruzione, che funziona meglio. (…) In Italia non se ne fanno molte, è vero, ma i giornalisti disponibili ci sono, più spesso sono i direttori che si tirano indietro, che non vogliono disturbare chi sta nei posti di potere e diventano così espressione di quel giornalismo amichevole che non smuove nulla. (…) E i media che fanno inchiesta in questo sistema si trovano per forza di cose isolati, in televisione l’informazione è relegata in seconda o terza serata, quando c’è, e il modello più diffuso è ormai il giornalismo amico dei talk show. Il lettore, lo spettatore, non capiscono, così si delegittima tutto quanto. L’inchiesta è il metodo migliore per raccontare la realtà ed è interessante perché dà più consapevolezza ai cittadini mentre il giornalismo italiano è più un cane da compagnia che da guardia. L’inchiesta è necessaria anche per dimostrare che è possibile che le cose vadano diversamente: quando si ha di fronte una menzogna o il tentativo di nascondere la realtà o ancora un dato di fatto che tutti accettano senza problemi, lì deve intervenire il lavoro di inchiesta.
Come valuti la situazione del giornalismo in Italia?
Preferisco lavorare piuttosto che guardare ed esprimere giudizi. Ho avuto la fortuna di avere grandissimi maestri, che mi hanno insegnato a guardare la realtà dal basso, un giornalismo fatto sulla strada, vicino a chi vive: più che le domande giuste serve un buon paio di scarpe e tanta umiltà, poiché il giornalismo non è la priorità nella vita di una persona e non deve nemmeno conformarsi al ruolo di agenda setting . Il giornalismo è il luogo principe in cui esercitare il diritto alla propria libertà, che è da difendere giorno per giorno, anche quando intorno c’è chi la vende o la scambia per far carriera o per altri guadagni.
Che cosa consiglieresti, quindi, a un giovane che volesse intraprendere questa strada?
Anzitutto direi che il giornalismo non è un’attività di successo: il giornalista sta allo scrittore come l’imbianchino sta al pittore. Il modello del giornalista presentatore televisivo confonde spesso l’idea. Ai giovani consiglio la massima umiltà, di tenere gli occhi sempre aperti, di essere curiosi, di non dimenticarsi mai le proprie origini e del fatto che non tutti, nel bene e nel male, vivono come viviamo noi e senza dimenticare che siamo sempre di fronte all’agire umano. E poi mantenersi liberi, esercitare la libertà attraverso il giornalismo: il carrierismo e la voglia di scalare le gerarchie sono il metodo migliore per diventare servo di qualcuno. Consiglio di studiare e, nella scrittura, di chiedersi sempre se le parole che scrivi sono necessarie o se se ne possa fare a meno e, in questo caso, toglierle. Non esiste solo il modello dell’inviato di guerra, le storie ci sono ovunque, anche nelle piccole città e il modo di porsi non cambia, il metodo è lo stesso, cambiano solamente i pericoli che devi affrontare.
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