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GROUND ZERO E LA SALUTE DEI FOTOGIORNALISTI PRESENTI

di Simona Petaccia (26/07/2007 - 16:27)

Photo District News (PDN), 26 luglio 2007 - Una dozzina di operatori dei media che hanno lavorato nel cosiddetto “Ground Zero” stanno avendo problemi di salute a lungo termine.

Per questo, la New York Press Photographers Association sta svolgendo una campagna di informazione sul tema, chiedendo a tutti i professionisti dei mezzi di comunicazione che erano presenti nella zona se stanno accusando dei disturbi a seguito del lavoro eseguito dopo gli attacchi al World Trade Center avvenuti l’11 settembre 2001.

Per maggiori informazioni (in inglese), consultare l’articolo di Daryl Lang alla URL http://www.pdnonline.com/pdn/newswire/article_display.jsp?vnu_content_id=1003617398

The New York Press Photographers Association: http://www.nyppa.com/

 

 

 

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Ordine dei giornalisti, abolizione o riforma?

di Simona Petaccia (26/07/2007 - 15:35)

di Francesco De Vito, 26/07/07 - Un luogo comune degli abolizionisti è che l’Ordine dei giornalisti sarebbe in contrasto con l’art. 21 della Costituzione. In concreto, esso costituirebbe un ostacolo alla piena affermazione del diritto di manifestare e diffondere le proprie opinioni con ogni mezzo, compresa naturalmente la stampa. Questo approccio confonde il diritto all’espressione del proprio pensiero con l’esercizio della professione giornalistica, che è poi la materia che la legge istitutiva dell’Ordine disciplina.

L’altro luogo comune è che l’esistenza di un Ordine rappresenterebbe un ostacolo all’accesso alla professione. E qui il discorso diventa un po’ più complesso. L’esistenza di determinate regole di accesso può apparire, se non un impedimento, una strozzatura. E talvolta può anche esserlo. C’è pure da avanzare una corposa obiezione. Se il diritto a informare e il diritto dei cittadini a essere informati sono beni di rilevanza costituzionale – come è ormai patrimonio diffuso – una totale deregolarizzazione dell’esercizio della professione li contraddirebbe entrambi.

Gli abolizionisti, di solito, amano definirsi liberalizzatori. Ma cosa propongono, nella sostanza? Di sostituire la tessera stampa rilasciata dall’Ordine, a seguito del superamento di un esame di Stato, con una tessera triennale, da rinnovare di volta in volta, rilasciata dall’Autorità garante delle comunicazioni a chi lavora da almeno un anno in un giornale in forma subordinata o autonoma. Così, a decidere chi fa il giornalista e chi no sarebbe soltanto l’editore. E chi perde il lavoro perde anche la tessera professionale. Il medico, l’ingegnere, il geometra, il ragioniere, il metalmeccanico e così enumerando conserverebbero il proprio status anche in caso di disoccupazione, il giornalista no. La deregulation alla quale si pensa non farebbe che aumentare le forme precarie di lavoro giornalistico, che sono la negazione di un’informazione autonoma e per quanto possibile libera.

Un processo che non riguarda soltanto il nostro Paese. Le Monde diplomatique, che esce in Italia allegato al manifesto, ha pubblicato di recente un ampio servizio di Pierre Rimbert sui conflitti che si stanno sviluppando in molte testate d’Oltralpe e riporta un’illuminante affermazione dell’editore Arnaud Lagardère, che ha licenziato il direttore di Paris Match per aver offeso il candidato della destra all’Eliseo Nicolas Sarkozy. “Cos’è l’indipendenza della stampa?”, si domanda Lagardère. “Uno zufolo”, risponde irritato. E sentenzia: “Prima di sapere se sono indipendenti, i giornalisti farebbero meglio a sapere se il loro giornale è eterno”. Rimbert riferisce anche i risultati di un’indagine della Federazione internazionale dei giornalisti presso i sindacati di 38 Paesi: “L’insicurezza del posto di lavoro produce un giornalismo pavido” e porta a “un declino del giornalismo critico e d’inchiesta”, mentre “la concentrazione dei media e le pressioni governative finiscono per rendere insipida l’informazione”. Ma un Ordine dei giornalisti è un’anomalia tutta italiana, si obietta. Ed è in parte vero, salvo rarissime eccezioni. Tuttavia anche l’intreccio di interessi industriali e finanziari nella proprietà delle aziende editoriali è, nel panorama dei Paesi a regime democratico, come documenta il bel libro di Massimo Mucchetti Il baco del Corriere, un’anomalia tutta o prevalentemente italiana. Non riguarda solo il patto di sindacato della Rcs Media Group. Coinvolge il gruppo De Benedetti, il gruppo Caltagirone e tanti altri editori. Dilaga nella televisione commerciale, proprietà di un capopartito, e nella televisione pubblica, condizionata dal governo. L’intreccio di interessi politici, finanziari, industriali estranei all’editoria produce effetti distorcenti sull’informazione. L’esistenza di una legge sull’Ordine in cui si afferma che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica” ed “è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti”, può risultare, a determinate condizioni, un presidio in più.

Affrontato il problema della legittimità costituzionale dell’Ordine e della sua utilità c’è, a questo punto, da porsi una domanda. L’Ordine così com’è risponde alle finalità per le quali venne costituito nel lontano 1963? La risposta è ovvia. La legge istitutiva venne ritagliata sulla realtà di 43 anni addietro, quando la carta stampata era il mezzo di comunicazione di massa prevalente, la radio era solo quella pubblica e la televisione muoveva i primi passi. Nel frattempo la televisione, tra emittenza pubblica, commerciale e privata, è dilagata e internet sta cambiando tutto. Si parla ormai non più di giornalismo, ma di giornalismi. E il legislatore è rimasto inerte. La questione che si pone con urgenza non sono piccoli aggiustamenti, bensì una riforma radicale, per la quale sia l’Ordine che la Federazione nazionale della stampa si battono da anni.

Cominciamo con l’accesso alla professione. Secondo le norme emanate nel 1963, all’esame di idoneità professionale si accede con un diploma di scuola media secondaria, dopo aver svolto un praticantato di 18 mesi in un quotidiano, in un periodico, in una agenzia di stampa o nei servizi giornalistici della radio e della televisione. Stando alla lettera della norma, diventi giornalista se un editore decide di assumerti con un contratto di praticante. Per alcuni anni funzionò. Magari facevi un periodo lungo di gavetta, ma alla fine, in un trend di crescita dell’occupazione giornalistica, riuscivi a strappare un contratto. Oggi i giornalisti riconosciuti e i giornalisti di fatto che lavorano come precari o come freelance superano di gran lunga quelli contrattualizzati.

E questo non li pone nelle condizioni migliori per affermare la propria autonomia. Se si fosse rimasti all’interpretazione letterale delle norme di legge, la strozzatura sarebbe risultata ancor più pesante. Ma col sostegno del Sindacato, l’Ordine ha forzato oltre ogni limite l’interpretazione delle norme e attraverso i cosiddetti riconoscimenti d’ufficio del praticantato è riuscito ad ammettere all’esame di idoneità parecchi di coloro che vengono definiti giornalisti di fatto. Contemporaneamente sono nate diverse scuole di giornalismo, che hanno durata biennale e i cui corsi teorico-pratici sono equiparati al praticantato. Sono due misure liberalizzatrici, realizzate nonostante la legge. Il potere degli editori nel decidere chi è giornalista e chi no rimane, ma si è un po’ ridotto.

Ma la strozzatura permane, e va rimossa. In che modo? La riforma proposta da tempo dall’Ordine e dal Sindacato dei giornalisti prevede un meccanismo d’accesso fondato sul possesso di una laurea almeno triennale, così come richiesto dalle direttive comunitarie per le professioni regolamentate, e un master biennale in giornalismo. Insomma, diventa giornalista chi segue un rigoroso percorso formativo e supera l’esame di Stato. Per una fase transitoria di sette anni, occorrenti perché la riforma vada a regime, potranno accedere all’esame di Stato coloro che dimostrino di svolgere attività giornalistica a tempo pieno, anche se non hanno un contratto di praticantato. Questa è una vera liberalizzazione, non quella proposta dagli abolizionisti. Col riconoscimento dei giornalisti di fatto, inoltre, si tornerà all’originaria distinzione tra i due elenchi dell’Albo. Sarà giornalista professionista chi esercita l’attività giornalistica in maniera esclusiva. Sarà pubblicista chi la esercita insieme ad altre professioni.

C’è un altro aspetto, non meno importante. L’informazione ha registrato in questi anni una caduta di qualità. All’origine ci sono diversi fattori: la distorsione creata da logiche estranee all’editoria, la convinzione sempre più diffusa tra gli editori che investire sul prodotto giornalistico è inutile, basta avere buone promozioni. C’è anche una formazione dei giornalisti che non è più adeguata alle trasformazioni complesse e tumultuose introdotte dai nuovi mezzi di comunicazione. Molti continuano a ritenere che quello di giornalista sia un mestiere che si impara nelle redazioni. È stato così per lungo tempo. Ma da molti anni, con l’introduzione delle nuove tecnologie e la velocizzazione dei processi di lavorazione, le figure di quei maestri artigiani che ti insegnavano a cominciare dalle brevi di cronaca per andare gradualmente a lavori più impegnativi sono scomparse. Ora nessuno ti insegna più nulla. E spesso il pezzo va in pagina così com’è perché non c’è il tempo per riscriverlo. Anche la cultura di base che ti dà il liceo non è quella di un tempo. La formazione del giornalista è bene che avvenga altrove. E il sistema più adatto appare la laurea di primo livello e il master, con le esercitazioni di laboratorio come attività prevalente. Una migliore formazione non risolve, da sola, il problema di avere buona informazione. Ma dà al giornalista una maggiore tensione nell’affermare la propria autonomia e nel perseguire l’obiettivo di offrire al lettore notizie il più possibile complete.

Il disegno di legge del governo sulla riforma degli Ordini professionali offre una buona cornice. Ci sono, naturalmente, alcune insidie. Quella, ad esempio, di prevedere che l’esecutivo venga delegato a decidere, oltre che l’accorpamento di alcuni Ordini in qualche modo contigui, anche la trasformazioni di altri in associazioni professionali a carattere volontario. Se, con le necessarie modifiche, la legge quadro verrà varata dal Parlamento, si potrà poi lavorare alla elaborazione dei decreti legislativi che dovranno portare alla configurazione di un Ordine totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto finora.

Continua la lettura su Megachip.info, alla URL

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