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Murdoch compra il «Wall Street Journal»

di Simona Petaccia (31/07/2007 - 15:46)

Corriere.it, 31.07.2007 - Accordo raggiunto tra Rupert Murdoch e la famiglia Bancroft per la vendita del gruppo Dow Jones e del Wall Street Journal, il quotidiano finanziario più noto e autorevole al mondo. La firma tra il tycoon australiano e il maggior azionista del gruppo è attesa in serata. La notizia è stata anticipata dal network tv Cnbc e confermata dal direttore esecutivo di Dow Jones Indexes, John Prestbo, precisando che l'informazione arriva da un documento interno della compagnia: «Dow Jones - ha detto Prestbo ai cronisti - sarà parte di News Corporation». La versione online del Wall Street Journal riporta inoltre la notizia che i board di News Corp. e Dow Jones & C. si riuniranno in giornata.

FONTE: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/07_Luglio/31/murdoch_wsj.shtml

 

 

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L’Odg chiude le scuole

di Simona Petaccia (31/07/2007 - 12:41)

Opinione.it _ Edizione 164 del 31-07-2007, di Francesco Lener - Tra i tanti atenei che gestiscono le scuole di giornalismo e l'Ordine nazionale c'è da tempo una sorta di strisciante guerra fredda. Nei giorni scorsi, in compenso, la temperatura si è alzata notevolmente. La voce filtrata prima di qualsiasi presa di posizione formale parlava di un imminente stop generale imposto dall'Odg ai nuovi accessi alla professione da parte di giovani formati nelle scuole italiane. Un blocco di almeno un anno, si diceva, per sfoltire un po' l'esercito dei pretendenti giornalisti, enormemente superiore al numero di posti di lavoro realmente a disposizione. Uno stringato comunicato sul sito dell'Odg ha poi chiarito il senso dell'iniziativa.

“Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti – si legge - ha deciso di rivolgere una particolare attenzione alla situazione delle strutture di formazione al giornalismo riconosciute, al fine di valorizzarne gli obiettivi, tenuto conto del ruolo di coordinamento e di vigilanza che l’ordinamento affida al Consiglio stesso. In questa prospettiva il presidente del Consiglio nazionale Lorenzo Del Boca ed il segretario Enzo Iacopino hanno inviato una comunicazione ai responsabili delle Università, ai direttori delle Scuole di giornalismo ed ai presidenti degli Ordini regionali per disdire le convenzioni esistenti e per informarli della necessità di svolgere una verifica comune nel rispetto rigoroso dei principi e dei criteri del nuovo quadro di indirizzi che verrà riformato sulla base delle innovazioni che l’esperienza suggerisce come necessarie, al fine di garantire una sempre migliore formazione e specializzazione professionale. Il Consiglio, infatti, procederà in tempi brevi alla eventuale stipula di nuove convenzioni, solo se i programmi di formazione risponderanno ai principi del quadro di indirizzi”.

Non che il senso della mossa di Del Boca cambi molto rispetto alle anticipazioni: si tratta di un "warning" pesante che mette in piazza tutta la diffidenza tra il mondo dei professori e quello degli organi che rappresentano la professione. Mario Morcellini , preside della facoltà di Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma, cerca di fare un'analisi obiettiva della situazione: “Bisogna evitare gli estremismi. I giornalisti in genere attaccano i professori, colpevoli di puntare su troppi saperi teorici e poca pratica, mentre noi pensiamo che senza una base solida difficilmente si possa diventare buoni professionisti. Nello specifico, se si farà un'analisi a tutto campo dei programmi di formazione in maniera corretta, senza lobbismi, l'anno sabbatico potrà fare solo bene, ma se l'Ordine pretende di fare tutto da solo sbaglierebbe. Sarebbe come affidare il controllo sui medicinali in commercio alle case farmaceutiche”.

L'impressione, a proposito di lobbismi, è che per tutta risposta dalle università ora si stia cercando di cavalcare il crescente malcontento sugli ordini professionali per puntare dritti all'abolizione dell'Odg. “Ci sono due atteggiamenti prevalenti da parte dei professori – spiega Morcellini - il primo è un certo fastidio legato al fatto che l'Ordine pensa di fare dei master universitari impartendo direttamente le proprie disposizioni. Ora, è sacrosanto che ci sia parità e non che ci sia supremazia di qualcuno sugli altri. D'altra parte, c'è anche un limite culturale nell'atteggiamento di alcuni rettori, ma più in generale dei professori: quello di pensare che l'università possa gestire da sola la formazione. Questo è un errore catastrofico, determinato anche dalla scarsa attenzione del ministero su questo tema, questione che ritengo si debba sollevare esplicitamente”. Il rimedio, inevitabilmente, è quello di unire le forze: “Io ritengo che la soluzione di tutto sarebbe nella costituzione di un tavolo nazionale di concertazione in cui ci siano sia accademici, sia rappresentanti dell'Ordine, sia, magari, rappresentanti dei giovani che sono usciti dalle scuole di formazione negli anni passati”.

L'idea di una frenata temporanea alla “fabbrica di giornalisti” potrebbe, d'altra parte, non essere così drammatica. “Non è una tragedia – secondo Morcellini - a condizione che sia vero che questo avviene per fare una grande inchiesta sulla formazione al giornalismo. Ma bisogna anche domandarsi a chi serve bloccare la formazione universitaria, perché non vorrei che fosse ancora una volta una difesa degli interessi costituiti, e che la lottizzazione e il familismo, che in Italia hanno portato al fatto che il 20% dei giornalisti è figlio di altri giornalisti, riprendano il sopravvento. Questo sarebbe ancora più medievale che le attuali scuole”. 

FONTE: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=164&id_art=5114&aa=2007

Tag: OdgOpinione.itscuoledigiornalismo

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Teramo: reintegrati due giornalisti de Il Messaggero

di Simona Petaccia (30/07/2007 - 20:37)

ODG, Comunicato Stampa del 30 luglio 2007 - Il giudice del lavoro del tribunale di Teramo, Luigi Santini, ha accolto i ricorsi dei colleghi Tania Bonnici Castelli e Giampaolo Falciatano contro il Messaggero, riconoscendo loro il rapporto di lavoro subordinato e le mansioni di redattore ordinario per l’attività di lavoro pluriennale svolta nella redazione di Teramo (rispettivamente 5 anni e 3 anni e mezzo) e dichiarando illegittimo il licenziamento intimato ad entrambi nel 2002.

Il giudice, inoltre, ha ordinato al Messaggero Spa di reintegrare i ricorrenti nel posto di lavoro precedentemente occupato, condannando l’azienda al risarcimento dei danni.

La sentenza appare di particolare importanza per due motivi:

  • il giudice, in merito al licenziamento illegittimo dei due colleghi, ha dedotto che “la quasi contemporanea cessazione delle collaborazioni…. per le sue modalità non sia affatto casuale, ma risponda ad un unitario disegno aziendale di eliminazione di quelle situazioni lavorative che avrebbero potuto verosimilmente dare origine ad una eventuale vertenza”. La cessazione ravvicinata, scrive il giudice, “sembra quindi trovare il suo substrato in una precisa strategia aziendale volta a valorizzare il lavoro dei giornalisti professionisti dipendenti della società e ad estromettere i collaboratori….”;
  • il giudice, inoltre, ribadisce che il rapporto di lavoro subordinato, con mansioni di redattore ordinario, può ritenersi ab origine validamente instaurato, dal momento che risulta che i colleghi Bonnici Castelli e Falciatano erano iscritti all’albo dei giornalisti, elenco pubblicisti, nel periodo in cui lavoravano presso il Messaggero.

In merito a quest’ultimo punto, il giudice precisa che “se infatti è vero che l’art. 45 della L. 3 febbraio 1963, n. 69, prevede che nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto all’albo professionale, è altrettanto vero che all’articolo 26 della stessa legge precisa che l’albo è ripartito in due elenchi, l’uno dei professionisti e l’altro dei pubblicisti. Deve quindi ritenersi l’unicità dell’albo dei giornalisti, che si ripartisce nei due elenchi dei professionisti e dei pubblicisti. Al fine della legittimità dell’esercizio della professione di giornalista, l’articolo 45 della legge 3.2.1963, n. 69 postula dunque la sola iscrizione all’albo professionale, senza alcuna distinzione tra i due elenchi (quello dei professionisti e quello dei pubblicisti) in cui questo è ripartito ai sensi dell’articolo 26 della stessa legge. È quindi sufficiente l’iscrizione ad uno dei due elenchi per escludere che si possa parlare di esercizio abusivo della professione. Anche ai giornalisti pubblicisti si applica pertanto il contratto collettivo nazionale di lavoro giornalistico. Del resto, anche nel caso del pubblicista, si è in presenza di un giornalista, anche se vi è una differenza, rispetto al professionista, nelle modalità di esercizio della professione giornalistica (esclusiva e continuativa per il professionista; non occasionale e retribuita, ma non esclusiva, per il pubblicista). In mancanza di ulteriori specificazioni, si deve quindi ritenere  che l’attività giornalistica possa essere legittimamente esercitata non solo da chi possiede lo status di giornalista professionista, ma anche da chi sia iscritto all’albo professionale elenco pubblicisti”.

Per dovere di cronaca è necessario dire che gli Ordini Regionale (per Bonnici Castelli) e Nazionale (per Falciatano) avevano già riconosciuto d’ufficio, nel 2003, il praticantato svolto dai due colleghi, diventati subito dopo professionisti.

Altri due colleghi si trovano nella stessa situazione della Bonnici Castelli e Falciatano e sono in attesa della sentenza del giudice del lavoro del Tribunale di Teramo.

In ogni caso siamo in presenza di due sentenze emblematiche, che per l’ennesima volta - semmai ce ne fosse bisogno - ribadiscono un principio che la Cassazione continua inspiegabilmente a disattendere decretando il licenziamento in tronco dei colleghi reintegrati.

 

 

 

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Giornalismo preventivo: premio made in USA

di Simona Petaccia (30/07/2007 - 16:51)

La Fondazione Understanding Government ha fondato il “Prize for Preventive Journalism”: premio di 50.000 dollari per il miglior servizio di giornalismo preventivo diffuso negli Usa durante il prossimo anno.

Si potrà partecipare con servizi che sappiano combinare giornalismo investigativo e giornalismo di analisi al fine di identificare leader inetti, politiche sbagliate e pasticci burocratici prima che essi conducano a disastri.

Maggiori informazioni (in inglese) sul premio: http://understandinggov.org/?p=574

Fondazione Understanding Government:  http://understandinggov.org/

Tag: PrizeforPreventiveJournalismFondazioneUnderstandingGovernment

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ANCHE BUSINESS WEEK PUNTA DECISAMENTE SULL’ ONLINE

di Simona Petaccia (28/07/2007 - 20:34)

LSDI, 28.07.2007: ARTICOLO di Matteo Bosco Bortolaso - Anche BusinessWeek segue il trend degli altri settimanali americani e punta all’online. Lo scorso giugno è stato nominato il nuovo direttore della rivista, John Byrne, 54 anni, che coordinerà l’integrazione tra l’edizione cartacea e quella elettronica del magazine che si occupa di economia.

Fondata nel 1929 con la testata The Business Week, la rivista è di proprietà della McGraw Hill, casa editrice di testi specializzati per l’insegnamento e l’auto-apprendimento, soprattutto dell’informatica. (…)

Lo scorso maggio il traffico sul sito web BusinessWeek.com ha raggiunto i sette milioni di visitatori, un terzo in più rispetto all’anno scorso. La pagina di apertura del sito web assomiglia vagamente a quella dell’edizione elettronica del New York Times ed è un mix di articoli scritti dalla redazione del settimanale, lanci di agenzia della Associated Press, blog di esperti e sondaggi sulle opinioni degli internauti. Non mancano le quotazioni dei titoli di borsa e le recensioni dei prodotti, suddivisi in tre categorie: auto, libri e nuove tecnologie.

Ma qual è la ricetta del neo direttore per rimanere vincenti anche nell’online? Più audio, video e interazione con gli utenti. (…)

Per consultare il testo completo, consultare la URL http://www.lsdi.it/versp.php?ID_art=616

BusinessWeek: http://www.businessweek.com/

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le parole giuste per la tratta

di Simona Petaccia (27/07/2007 - 15:47)

di Barbara Laurenzi, 27/07/2007 - Il settore dell’informazione e i mezzi di comunicazione di massa sono centrali nel consolidare e modificare opinioni, atteggiamenti e modelli sociali. Da questa consapevolezza, e nell’ambito del progetto europeo Equal “Tratta No!”, sono nate le “Linee guida per il trattamento dell’informazione in tema di tratta di esseri umani”. L’iniziativa, che vuole essere un ponte tra il fenomeno della tratta e i media, è stata presentata il 17 luglio scorso nel corso di una conferenza stampa, a cui hanno partecipato i principali attori del progetto.

Il Dipartimento per le pari opportunità, in partnership con l’Ordine dei Giornalisti, la Federazione Nazionale della Stampa, il Segretariato Sociale RAI e l’Aiccre, si sono rivolti al pubblico dei media per spiegare la specifica differenza che distanzia la tratta dai fenomeni criminali contigui come l’immigrazione clandestina o la prostituzione, il lavoro nero, l’accattonaggio o la pedofilia.

Le linee guida richiamano l’attenzione su un’informazione corretta del fenomeno nella sua complessità, per abbandonare approcci sensazionalisti, stereotipi e pregiudizi collegati e favorire così il mutamento culturale. Si vuole, ad esempio, insegnare a raccontare le violazioni subite ogni giorno da donne, uomini, bambini, vittime di un fenomeno che assume proporzioni sempre più preoccupanti. Il documento, firmato e sottoscritto da esponenti del mondo del giornalismo, della comunicazione sociale e delle istituzioni, sembra un primo passo perché si crei presso l’opinione pubblica la conoscenza del problema e l’impegno da parte di tutti a utilizzare consapevolmente i termini esatti, senza generare sovrapposizioni nocive per la formazione di una società cosciente. 

Continua la lettura su “Preview on line”, alla URL

http://www.previewonline.info/index.php?doc=articolo&id_articolo=1053

 

 

 

 

 

 

 

Tag: progettoeuropeoEqualTrattaNo

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Udine - Provincia, al via il corso per addetti stampa di Comuni e associazioni

di Simona Petaccia (27/07/2007 - 12:55)

AsgMedia, 27/07/2007 - Comuni e associazioni a lezione in Provincia per diventare addetti stampa. È la nuova iniziativa ideata da palazzo Belgrado per formare il personale da mettere a disposizione della comunicazione degli Enti cui appartengono.

«Si tratta – spiega il presidente della Provincia di Udine, Marzio Strassoldo – di un nuovo servizio che vogliamo dare al territorio. Riteniamo infatti la comunicazione un settore importante per rinforzare il legame tra istituzioni e cittadini, per dare informazione su quanto accade all’interno degli Enti e sulle attività realizzate. Vogliamo inoltre, in questo modo, dare una risposta alle numerose persone che, nei sondaggi, dichiarano in ampia maggioranza di ritenere la comunicazione delle istituzioni e delle associazioni molto gradita e la reputano un settore da rafforzare sempre piú».

Ai corsi – uno riservato al personale dei Comuni e l’altro a quello delle associazioni – hanno aderito moltissime persone, ma poiché è stato fissato un limite massimo di 20 per corso, saranno organizzate nuove sessioni per quanti sono necessariamente stati esclusi in questa prima fase sperimentale.

«La grande richiesta – conclude Strassoldo – è un altro segno di quanto sia sentita sul territorio la necessità di informare i cittadini, verso una sempre maggior trasparenza. Siamo consapevoli che con queste lezioni, per un numero necessariamente limitato di ore, non potremo esaurire tutte le informazioni relative alla professione di addetti stampa, che s’impara molto con la pratica, giorno per giorno, ma contiamo comunque di poter dare un valido supporto agli Enti della nostra provincia, assistendoli nel primo approccio al mondo dell’informazione».

I corsi, completamente gratuiti e senza alcun costo per la Provincia (il docente è il dirigente del Servizio Comunicazione) comprenderanno l’apprendimento delle principali normative relative alla comunicazione e agli uffici stampa nello specifico, come la legge 150/2000, la preparazione del piano di comunicazione, l’organizzazione del lavoro in ufficio, nonché ovviamente i rapporti con i cittadini e con quotidiani, periodici, radio, tv e stampa on line (red).

FONTE:

http://www.asgmedia.it/asg/page.asp?VisImg=S&Art=13753&Cat=1&I=null&IdTipo=0&TitoloBlocco=Enti%20Locali

 

 

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GROUND ZERO E LA SALUTE DEI FOTOGIORNALISTI PRESENTI

di Simona Petaccia (26/07/2007 - 16:27)

Photo District News (PDN), 26 luglio 2007 - Una dozzina di operatori dei media che hanno lavorato nel cosiddetto “Ground Zero” stanno avendo problemi di salute a lungo termine.

Per questo, la New York Press Photographers Association sta svolgendo una campagna di informazione sul tema, chiedendo a tutti i professionisti dei mezzi di comunicazione che erano presenti nella zona se stanno accusando dei disturbi a seguito del lavoro eseguito dopo gli attacchi al World Trade Center avvenuti l’11 settembre 2001.

Per maggiori informazioni (in inglese), consultare l’articolo di Daryl Lang alla URL http://www.pdnonline.com/pdn/newswire/article_display.jsp?vnu_content_id=1003617398

The New York Press Photographers Association: http://www.nyppa.com/

 

 

 

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Ordine dei giornalisti, abolizione o riforma?

di Simona Petaccia (26/07/2007 - 15:35)

di Francesco De Vito, 26/07/07 - Un luogo comune degli abolizionisti è che l’Ordine dei giornalisti sarebbe in contrasto con l’art. 21 della Costituzione. In concreto, esso costituirebbe un ostacolo alla piena affermazione del diritto di manifestare e diffondere le proprie opinioni con ogni mezzo, compresa naturalmente la stampa. Questo approccio confonde il diritto all’espressione del proprio pensiero con l’esercizio della professione giornalistica, che è poi la materia che la legge istitutiva dell’Ordine disciplina.

L’altro luogo comune è che l’esistenza di un Ordine rappresenterebbe un ostacolo all’accesso alla professione. E qui il discorso diventa un po’ più complesso. L’esistenza di determinate regole di accesso può apparire, se non un impedimento, una strozzatura. E talvolta può anche esserlo. C’è pure da avanzare una corposa obiezione. Se il diritto a informare e il diritto dei cittadini a essere informati sono beni di rilevanza costituzionale – come è ormai patrimonio diffuso – una totale deregolarizzazione dell’esercizio della professione li contraddirebbe entrambi.

Gli abolizionisti, di solito, amano definirsi liberalizzatori. Ma cosa propongono, nella sostanza? Di sostituire la tessera stampa rilasciata dall’Ordine, a seguito del superamento di un esame di Stato, con una tessera triennale, da rinnovare di volta in volta, rilasciata dall’Autorità garante delle comunicazioni a chi lavora da almeno un anno in un giornale in forma subordinata o autonoma. Così, a decidere chi fa il giornalista e chi no sarebbe soltanto l’editore. E chi perde il lavoro perde anche la tessera professionale. Il medico, l’ingegnere, il geometra, il ragioniere, il metalmeccanico e così enumerando conserverebbero il proprio status anche in caso di disoccupazione, il giornalista no. La deregulation alla quale si pensa non farebbe che aumentare le forme precarie di lavoro giornalistico, che sono la negazione di un’informazione autonoma e per quanto possibile libera.

Un processo che non riguarda soltanto il nostro Paese. Le Monde diplomatique, che esce in Italia allegato al manifesto, ha pubblicato di recente un ampio servizio di Pierre Rimbert sui conflitti che si stanno sviluppando in molte testate d’Oltralpe e riporta un’illuminante affermazione dell’editore Arnaud Lagardère, che ha licenziato il direttore di Paris Match per aver offeso il candidato della destra all’Eliseo Nicolas Sarkozy. “Cos’è l’indipendenza della stampa?”, si domanda Lagardère. “Uno zufolo”, risponde irritato. E sentenzia: “Prima di sapere se sono indipendenti, i giornalisti farebbero meglio a sapere se il loro giornale è eterno”. Rimbert riferisce anche i risultati di un’indagine della Federazione internazionale dei giornalisti presso i sindacati di 38 Paesi: “L’insicurezza del posto di lavoro produce un giornalismo pavido” e porta a “un declino del giornalismo critico e d’inchiesta”, mentre “la concentrazione dei media e le pressioni governative finiscono per rendere insipida l’informazione”. Ma un Ordine dei giornalisti è un’anomalia tutta italiana, si obietta. Ed è in parte vero, salvo rarissime eccezioni. Tuttavia anche l’intreccio di interessi industriali e finanziari nella proprietà delle aziende editoriali è, nel panorama dei Paesi a regime democratico, come documenta il bel libro di Massimo Mucchetti Il baco del Corriere, un’anomalia tutta o prevalentemente italiana. Non riguarda solo il patto di sindacato della Rcs Media Group. Coinvolge il gruppo De Benedetti, il gruppo Caltagirone e tanti altri editori. Dilaga nella televisione commerciale, proprietà di un capopartito, e nella televisione pubblica, condizionata dal governo. L’intreccio di interessi politici, finanziari, industriali estranei all’editoria produce effetti distorcenti sull’informazione. L’esistenza di una legge sull’Ordine in cui si afferma che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica” ed “è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti”, può risultare, a determinate condizioni, un presidio in più.

Affrontato il problema della legittimità costituzionale dell’Ordine e della sua utilità c’è, a questo punto, da porsi una domanda. L’Ordine così com’è risponde alle finalità per le quali venne costituito nel lontano 1963? La risposta è ovvia. La legge istitutiva venne ritagliata sulla realtà di 43 anni addietro, quando la carta stampata era il mezzo di comunicazione di massa prevalente, la radio era solo quella pubblica e la televisione muoveva i primi passi. Nel frattempo la televisione, tra emittenza pubblica, commerciale e privata, è dilagata e internet sta cambiando tutto. Si parla ormai non più di giornalismo, ma di giornalismi. E il legislatore è rimasto inerte. La questione che si pone con urgenza non sono piccoli aggiustamenti, bensì una riforma radicale, per la quale sia l’Ordine che la Federazione nazionale della stampa si battono da anni.

Cominciamo con l’accesso alla professione. Secondo le norme emanate nel 1963, all’esame di idoneità professionale si accede con un diploma di scuola media secondaria, dopo aver svolto un praticantato di 18 mesi in un quotidiano, in un periodico, in una agenzia di stampa o nei servizi giornalistici della radio e della televisione. Stando alla lettera della norma, diventi giornalista se un editore decide di assumerti con un contratto di praticante. Per alcuni anni funzionò. Magari facevi un periodo lungo di gavetta, ma alla fine, in un trend di crescita dell’occupazione giornalistica, riuscivi a strappare un contratto. Oggi i giornalisti riconosciuti e i giornalisti di fatto che lavorano come precari o come freelance superano di gran lunga quelli contrattualizzati.

E questo non li pone nelle condizioni migliori per affermare la propria autonomia. Se si fosse rimasti all’interpretazione letterale delle norme di legge, la strozzatura sarebbe risultata ancor più pesante. Ma col sostegno del Sindacato, l’Ordine ha forzato oltre ogni limite l’interpretazione delle norme e attraverso i cosiddetti riconoscimenti d’ufficio del praticantato è riuscito ad ammettere all’esame di idoneità parecchi di coloro che vengono definiti giornalisti di fatto. Contemporaneamente sono nate diverse scuole di giornalismo, che hanno durata biennale e i cui corsi teorico-pratici sono equiparati al praticantato. Sono due misure liberalizzatrici, realizzate nonostante la legge. Il potere degli editori nel decidere chi è giornalista e chi no rimane, ma si è un po’ ridotto.

Ma la strozzatura permane, e va rimossa. In che modo? La riforma proposta da tempo dall’Ordine e dal Sindacato dei giornalisti prevede un meccanismo d’accesso fondato sul possesso di una laurea almeno triennale, così come richiesto dalle direttive comunitarie per le professioni regolamentate, e un master biennale in giornalismo. Insomma, diventa giornalista chi segue un rigoroso percorso formativo e supera l’esame di Stato. Per una fase transitoria di sette anni, occorrenti perché la riforma vada a regime, potranno accedere all’esame di Stato coloro che dimostrino di svolgere attività giornalistica a tempo pieno, anche se non hanno un contratto di praticantato. Questa è una vera liberalizzazione, non quella proposta dagli abolizionisti. Col riconoscimento dei giornalisti di fatto, inoltre, si tornerà all’originaria distinzione tra i due elenchi dell’Albo. Sarà giornalista professionista chi esercita l’attività giornalistica in maniera esclusiva. Sarà pubblicista chi la esercita insieme ad altre professioni.

C’è un altro aspetto, non meno importante. L’informazione ha registrato in questi anni una caduta di qualità. All’origine ci sono diversi fattori: la distorsione creata da logiche estranee all’editoria, la convinzione sempre più diffusa tra gli editori che investire sul prodotto giornalistico è inutile, basta avere buone promozioni. C’è anche una formazione dei giornalisti che non è più adeguata alle trasformazioni complesse e tumultuose introdotte dai nuovi mezzi di comunicazione. Molti continuano a ritenere che quello di giornalista sia un mestiere che si impara nelle redazioni. È stato così per lungo tempo. Ma da molti anni, con l’introduzione delle nuove tecnologie e la velocizzazione dei processi di lavorazione, le figure di quei maestri artigiani che ti insegnavano a cominciare dalle brevi di cronaca per andare gradualmente a lavori più impegnativi sono scomparse. Ora nessuno ti insegna più nulla. E spesso il pezzo va in pagina così com’è perché non c’è il tempo per riscriverlo. Anche la cultura di base che ti dà il liceo non è quella di un tempo. La formazione del giornalista è bene che avvenga altrove. E il sistema più adatto appare la laurea di primo livello e il master, con le esercitazioni di laboratorio come attività prevalente. Una migliore formazione non risolve, da sola, il problema di avere buona informazione. Ma dà al giornalista una maggiore tensione nell’affermare la propria autonomia e nel perseguire l’obiettivo di offrire al lettore notizie il più possibile complete.

Il disegno di legge del governo sulla riforma degli Ordini professionali offre una buona cornice. Ci sono, naturalmente, alcune insidie. Quella, ad esempio, di prevedere che l’esecutivo venga delegato a decidere, oltre che l’accorpamento di alcuni Ordini in qualche modo contigui, anche la trasformazioni di altri in associazioni professionali a carattere volontario. Se, con le necessarie modifiche, la legge quadro verrà varata dal Parlamento, si potrà poi lavorare alla elaborazione dei decreti legislativi che dovranno portare alla configurazione di un Ordine totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto finora.

Continua la lettura su Megachip.info, alla URL

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=4420  

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Aseri e Almed propongono una Summer School in Giornalismo europeo

di Simona Petaccia (20/07/2007 - 16:12)

ComunicatoriPubblici Newsletter, Anno V 258 (20/07/2007) - Si svolgerà a Milano e Bruxelles la Summer School in Giornalismo europeo, promossa da Aseri - Alta Scuola di Economia e Studi Internazionali, in partnership con l’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (ALMED) e con il patrocinio della Rappresentanza a Milano della Commissione europea.

La Summer School in Giornalismo europeo mira a fornire gli strumenti introduttivi per la professione di giornalista in ambito europeo. Accanto a moduli politologici e giornalistici di base, sono proposti approfondimenti sul dibattito attuale e le prospettive dell’Unione e sulla Politica di Comunicazione della Commissione europea. Le attività della Summer School sono completate da esercitazioni di scrittura giornalistica e di reperimento on line di informazioni utili sull’Unione europea.

Il corso si rivolge a studenti, laureandi e neolaureati che siano fortemente interessati alla professione giornalistica in ambito europeo e internazionale. Il corso è riservato a un massimo di 25 partecipanti. Le giornate di corso sono previste da lunedì 10 a venerdì 14 settembre 2007 dalle ore 9.30 alle 17.30, presso la sede di ASERI a Milano. Il 17 e 18 settembre 2007 le lezioni si terranno presso lo European Journalism Centre (EJC) a Bruxelles.

Per iscriversi alla Summer School occorre far pervenire alla segreteria di ASERI entro lunedì 3 settembre 2007 l’application on line e il CV. Per maggiori dettagli seguire le seguenti indicazioni a questo link.

FONTE:

http://newsletter.comunicatoripubblici.it/newsletter//arc.html?cid=78489884N&mid=724770929R&pid=6074793753N&uid=&exid=   

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